Quanto insegna un bel cous cous
di Roberto Burdese presidente Slow Food Italia
Un bambino marocchino intervistato all'uscita da una scuola di Bologna, alla cui mensa erano appena stati introdotti alcuni piatti etnici, alla domanda se li avesse graditi rispose che sì, il cous cous della scuola era buono, ma il migliore restava quello fatto a casa dalla sua mamma. «E come lo prepara la tua mamma?» domandò l'intervistatore. «Ci mette uno strato di cous cous, uno di tortellini, poi uno di cous cous, poi uno di tortellini...» fu l'imprevedibile risposta del bimbo.
La gastronomia è un terreno fertile di incontro, conoscenza e scambio tra civiltà e culture. Non è mai prevedibile quali potranno essere i risultati. Le tradizioni sono in continua evoluzione, finché restano vive nella società. È un po' la storia di tutti i nostri piatti regionali: l'identità nasce e si forma sullo scambio. L'italianissima pasta al pomodoro si basa su due ingredienti che di origine italiana non sono: il pomodoro viene dalle Americhe, la pasta l'hanno mangiata arabi e cinesi ben prima di noi. L'idea di inserire piatti etnici nei menu delle mense scolastiche, tanto più dal momento in cui in alcune classi quasi il 50% dei bambini proviene da paesi stranieri, sembra di grande buon senso. Consentire una scelta tra i piatti della tradizione italiana e quelli di altre tradizioni è uno degli strumenti più facili e immediati per favorire l'integrazione. La gastronomia è un linguaggio universale, il suo utilizzo a scopo educativo è immenso. La dichiarazione programmatica fatta dall'assessore Marsilio della neo-istituita giunta comunale romana, di voler sostituire i piatti etnici con quelli «tipici della tradizione regionale e di cucina mediterranea», può essere una clamorosa occasione persa. Soprattutto se significa una chiusura verso gruppi di nazionalità diverse che ormai sono parte integrante del nostro tessuto sociale. Secondo la nostra esperienza di soggetti attivi nel campo dell'educazione alimentare e del gusto nelle scuole, nessuno obbliga i bambini a mangiare cose che non vogliono, in genere ci sono sempre proposte alternative; i programmi formativi sul significato di questi cibi, con lezioni sulla cultura dei vari paesi, danno spesso buoni risultati e suscitano la curiosità nella maggior parte dei piccoli. Per fortuna, almeno i bambini sono ancora curiosi e riescono a non farsi sopraffare dai pregiudizi. La diversità non è un pericolo: è un'opportunità. Insegnare attraverso il cibo è sempre un'esperienza sorprendente per i risultati che sa dare: la scuola italiana ha già perso troppe occasioni da questo punto di vista. Piuttosto che polemizzare sui menu più o meno etnici nelle nostre mense, sarebbe meglio che si moltiplicassero gli sforzi per garantire che esse siano puntualmente rifornite con ingredienti freschi e di stagione (magari provenienti dall'orto scolastico, in cui i bambini imparano a conoscere e a coltivare frutta e verdura, costruendo un rapporto sano con la natura). Sarebbe un bene che gli ingredienti provenissero il più possibile dal territorio, che ogni scuola fosse dotata di una cucina in cui preparare i piatti al momento e in loco. Mettere al bando qualcosa non è mai bello, ma se dovessimo farlo, allora non sarebbe meglio eliminare dalle scuole distributori automatici di bibite gassate e snack ad alto contenuto di zuccheri e materie grasse, come accade già in alcuni paesi europei, preoccupati del costante aumento dell'obesità infantile? Questo tipo di alimenti è pericoloso per le radici culturali di un popolo ben più di un piatto di cous cous. Gli alimenti buoni e sostenibili non solo non possono far male: sanno insegnare. Il cibo, oltre a essere uno dei più grandi strumenti di conoscenza che abbiamo a disposizione, è la più grande forma esistente di diplomazia della pace.
