Nel futuro, che è già iniziato, i lavori si dividono per etnia. Viaggio a Brescia, specchio della nuova Italia
Ci sono facce di tutti i colori, qui all´Alfa Acciai nel quartiere San Polo. Una lunga giornata di lavoro, per costruire i tondini che servono all´edilizia e le reti metalliche per le solette dei nuovi palazzi. Alla fine del turno ci sono soprattutto facce stanche e nessuno distingue più gli "stranieri" dagli altri. Qui e in altre grandi aziende come la Iveco gli uomini arrivati da altre parti del mondo sono il 20% degli operai. Ma in fonderie e prime fusioni sono la maggioranza.
Alla Isoclima, ad esempio, su 150 operai cento sono stranieri. I primi ad arrivare a Brescia, città simbolo di un fenomeno globale di etnicizzazione dei mestieri, furono i pakistani, quando nel 1990 un tam tam internazionale fece sapere anche nella zona del Golfo che qui cercavano saldatori e fresatori. I pakistani erano uomini di mezz´età, specializzati e già abituati all´emigrazione. Furono accolti a braccia aperte. Cominciò così la città etnica, dove basta sapere da dove vieni per sapere che mestiere fai.
Senegalese? Operaio. Pakistano? Commerciante. Facce di tutti i colori anche nei tanti cantieri che stanno cambiando la faccia della città. I numeri raccontano che un terzo di muratori, capomastri e manovali arrivano dalla Romania, dal Marocco, dalla Tunisia, dall´Albania… L´anno scorso, alla Cassa edile, su 29.000 iscritti ben 11.300 erano extracomunitari. Il bresciano che va all´ospedale, e soprattutto nelle cliniche private, viene accudito da infermieri specializzati e generici che hanno imparato il mestiere soprattutto in Romania, in Albania, in Moldavia.
«Nelle piccole cliniche - dice Beppe Gambaretti della Cgil - gli extracomunitari sono ormai il 100%. In grandi ospedali privati come il Richiedei, la Città di Brescia, il Poliambulanza le percentuali variano dal 40 al 60% per cento. Ma se nei reparti entrano le cooperative degli appalti, anche qui la percentuale sale al 100%».
Su una popolazione di 190.124 abitanti ci sono 29.893 stranieri, 16.032 maschi e 13.861 femmine. I primi immigrati sono arrivati negli anni ‘70 ed erano cinesi. Gli ultimi stanno arrivando da tutti i Paesi dell´Est.
La città li ha accolti e messi a lavorare. Ora è normale comprare la verdura dal pakistano, il pigiama o la camicia dal cinese, la pizza dall´egiziano. Normale e conveniente organizzare il trasloco di casa con la ditta del Bangladesh o fare imbiancare i muri dalla piccola impresa ucraina. Brescia è solo un pezzo dell´Italia che verrà.
In questa e in tante altre città, dietro i banconi dei bar e dei negozi, le sole facce che stanno scomparendo sono quelle degli italiani. «Il perché - dice Roberto Morgantini, ufficio stranieri della Cgil a Bologna - è presto spiegato: lavorare stanca e non sempre il reddito è assicurato. I pakistani, qui a Bologna, assieme agli immigrati del Bangladesh hanno in mano più del 50% dei negozi di frutta e verdura.
Ma gli italiani si sono stancati di alzarsi alle 2 della notte per andare al mercato generale a comprare meloni e insalata, non ce la fanno più a stare nei negozi fino a sera, andare a letto presto e poi rimettere la sveglia all´una. Pakistani ed egiziani anche molti padroni di pizzerie, e stranieri anche quasi tutti i ragazzi che in motorino ti portano le pizze a casa. Si vedevano solo loro, in giro per le strade, quando giocava l´Italia e i ragazzi italiani aspettavano margherite e quattro stagioni davanti agli schermi al plasma».
Raza Asif è stato il primo pakistano che 13 anni fa comprò un negozio di frutta e verdura nel centro di Bologna. Ora è presidente dell´associazione pakistana sotto le Due Torri. «Rispetto ai commercianti italiani - racconta - noi abbiamo un´arma in più: il nostro tempo. Chi arriva qui ha un progetto di vita e acquistando un negozio si gioca tutto. E allora apri bottega e stai lì tutto il giorno, senza guardare l´orologio. Certo, non guadagniamo come gli italiani padroni dei negozi prima di noi.
Un tempo il fruttivendolo o il padrone di una bottega di alimentari erano ricchi. Poi sono arrivati i supermercati e le vendite dei piccoli hanno subito un tracollo. A quel punto siamo arrivati noi pakistani e abbiamo comprato il negozio. A noi piace essere indipendenti, non avere padroni. In cambio, stiamo in bottega dieci o quindici ore al giorno, per servire anche chi ha trovato il supermarket chiuso. Con un obiettivo minimo: guadagnare fra i mille e i millecinquecento euro al mese, uno stipendio da operaio con il doppio delle ore rispetto alla fabbrica, ma con la soddisfazione di pensare: questo negozio è mio, se va bene ne compro un altro, divento un vero imprenditore».
Anche le mani che allungano il giornale free press ai semafori o davanti alla stazione arrivano da lontano. «I primi - dice Roberto Morgantini - sono già in pista alle 4 del mattino, stanno lì fino a mezzogiorno per 30 euro. Per tanti è il primo gradino nella scalata sociale. Ad alcuni va bene, ad altri no.
Ma in generale gli stranieri hanno la stessa forza dei nostri bisnonni che attraversavano l´oceano per andare a cercare fortuna. Gli albanesi arrivati quindici anni fa con il gommone ora fanno gli imprenditori. Hanno preso il posto dei calabresi nei lavori di edilizia: fanno soprattutto intonaci e montano piastrelle. I lavori più pesanti restano comunque agli ultimi arrivati: nelle fonderie, nel facchinaggio e nelle pulizie gli italiani sono ormai mosche bianche. Ma ci sono anche i primi indiani che hanno aperto negozi di informatica e sono ricercati perché molto esperti».
Le facce nuove cambiano le città. Un bresciano che tornasse in città dopo 10 anni farebbe fatica a riconoscere San Faustino e il quartiere del Carmine. A pochi passi da piazza della Loggia l´ultimo negozio di pasta fresca che vende "casoncelli con carne" e il primo kebab sembrano divisi da una linea di confine. Le sole insegne scritte in italiano, in questo pezzo di centro storico, sono quelle delle banche, delle farmacie, di un paio di oreficerie e delle «Onoranze funebri Curati, dal 1935».
Tutto il resto è take wai cinese, indiano, pakistano, thailandese. È phone center con cartelli che illustrano le tariffe in tutte le lingue del mondo. C´è il supermercato Friend Ship Shop che, sopra l´insegna, ha disegnato due mani che si stringono impugnando le bandiere dell´Italia e del Bangladesh. Ci sono gli Africa e gli Asia market, i barbieri e parrucchieri pakistani, "taglio 7 euro, trecce 60 euro". Sulla chiesa dei Santi Faustino e Giovita il parroco don Armando Nolli ha esposto una grande cartello con una citazione da Isaia 19, 23 - 25. «In quel giorno ci sarà una strada verso l´Egitto e ci sarà una strada verso l´Assiria. L´Assiro andrà in Egitto e l´Egiziano in Assiria».
Forse il prete vuol ricordare che le migrazioni sono sempre esistite. Nel cortile dell´oratorio giocano a basket e calcio bambini di tutti i colori.
«Gli stranieri - dice Franco Valenti, esperto di politiche migratorie - che vengono a fare i mestieri che per scarso reddito o poca visibilità sociale sono abbandonati dagli italiani, si comportano esattamente come gli italiani di cento anni fa in Svizzera, Germania e negli Stati Uniti. Si parte dalla fascia più bassa e si cerca di risalire. Ed esistono filiere che si etnicizzano in base alla catena migratoria». Alcune catene iniziano per caso. «Nei primissimi anni ‘90 si fermò qui il circo Togni, in piena crisi.
Gli indiani Sikh che curavano gli animali si trovarono senza lavoro e furono assunti nelle stalle. Hanno fatto da apri strada a migliaia di connazionali. Allora a Brescia c´erano solo i cinesi, che a metà degli anni ‘70 grazie alla legge Martelli avevano potuto aprire i loro primi negozi e ristoranti». Anche a Brescia i più numerosi sono i pakistani. «Hanno negozi alimentari e rivendite di frutta e verdura. Sono anche imprenditori con import export, agenzie di intermediazione, trasporti».
Al secondo posto gli egiziani. «Il primo nucleo fu di fuoriusciti coopti. Hanno iniziato come lavapiatti poi sono diventati pizzaioli. Ora sono anche padroni di pizzerie e ristoranti. Le catene nascono perché i primi ad arrivare fanno da apripista ai familiari e ai parenti, e poi agli altri abitanti del paese da cui sono partiti».
Chi è bravo, fa pubblicità agli altri. Chi mangia la pizza dall´egiziano, sa che non ha nulla da invidiare al napoletano, e così le pizzerie egiziane si moltiplicano. Chi ha provato i muratori romeni, sa che eseguono il lavoro a regola d´arte e così in tanti cantieri si parla la lingua di Bucarest.
I cinesi hanno chiuso parte dei loro ristoranti in crisi e si sono concentrati sull´abbigliamento. «Producono e vendono anche pelletteria - dice Alessio Merigo, direttore della Confesercenti - e hanno in mano gran parte dei negozi all´ingrosso. Investono alla grande e il motivo è semplice: in Cina e nelle loro imprese italiane hanno problemi di sovrapproduzione e allora vogliono in mano anche la rete distributiva.
Fra i commercianti italiani e quelli stranieri la convivenza è problematica. L´italiano che vede aprire i negozi cinesi o nigeriani dice che è arrivato il degrado. Un fatto è certo: il negozio italiano, in quel contesto, si svaluta. E la spinta degli stranieri è fortissima: nel 2007 erano straniere il 35% delle nuove imprese alimentari e il 38% di quelle di abbigliamento. Nel 2006, in campo alimentare, le nuove imprese non italiane erano il 46% del totale».
Sarebbe ormai difficile vivere senza stranieri. Ospedali e fabbriche si fermerebbero, gli anziani resterebbero senza le badanti ucraine o moldave. Ristoranti italianissimi resterebbero senza inservienti di cucina e camerieri, gli hotel senza le signore che rifanno le camere. Anche puericultrici e maestre d´asilo andrebbero in crisi: il 34% dei neonati sono infatti figli di stranieri.
Jenner Meletti - La Repubblica 1 luglio 2008
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