VELTRONI dice NO al referendum...
Isabella Filippi , coordinatrice del Comitato Insieme di Bologna : "Ringraziamo Franco Monaco per il rigore, la correttezza e la chiarezza delle sue analisi ...ci aiutano a sperare.
Lodo Alfano. Referendum, perché sì
Ci sono tante ragioni di merito a sostegno della proposta di referendum abrogativo del lodo Alfano. Ragioni morali, costituzionali e politiche che non è neppure il caso di svolgere, tanto sono note ed evidenti. Ne richiamo sinteticamente una sola, quella di chiara marca liberale, utile a smentire le strumentali accuse di estremismo e di giustizialismo mosse ai promotori. Sono le ragioni cui ha dato voce quel sicuro moderato e liberale che è Mario Segni. Egli giustamente ha esordito con un crudo "che me ne importa?!" all'accusa di associarsi a Di Pietro.
Quando una causa è giusta è giusta, poco importa chi ha fatto solo il primo passo. Si deve rovesciare l'accennato luogo comune, instillato da una impressionante campagna di opinione orchestrata da una stampa intimidita o corriva, secondo il quale chi più recisamente si oppone al lodo Alfano sarebbe estremista. Truffa colossale! Il costituzionalismo liberale e democratico moderno nasce proprio per porre limiti al potere di chi comanda. Per arginare l'uso arbitrario e dispotico del potere. Per porre fine agli assolutismi. Come non vedere, nel nostro caso, che l'estremismo sta esattamente dalla parte opposta? Quella di chi si rifiuta ad ogni regola e al comune controllo di legalità. Nel caso, confezionandosi le regole su misura. Questa volta espressamente dichiarandolo, senza più fare ricorso all'ipocrita foglia di fico di un più generale, asserito interesse a una norma chiaramente ad personam. Dovrebbero essere appunto i moderati, i liberali, i riformisti i più fieri, risoluti avversari dell'estremismo berlusconiano. Ho sentito con le mie orecchie l'ineffabile Cicchitto bollare come eversivo chi ha depositato il quesito referendario contro il lodo Alfano. A questo punto siamo nel sovvertimento della realtà: eversore non sarebbe chi opera un plateale vulnus allo Stato di diritto, alla democrazia costituzionale, al principio secondo il quale la legge è uguale per tutti, ma chi semplicemente fa ricorso a uno strumento di democrazia contemplato dal nostro ordinamento quale il referendum.
Il mio sì al referendum fa perno altresì su una concezione partecipativa della democrazia. Quella propria di chi scommette sulla coscienza civica e sull'attivo protagonismo dei cittadini. Una concezione opposta a quella di chi li tratta da sudditi o comunque fa affidamento sul loro torpore, sulla loro tentazione di affidarsi al capo. Va rovesciata anche l'accusa di populismo. Se, ai cittadini giustamente indignati per le furbate e le prepotenze del premier, non si offre l'opportunità di manifestare democraticamente il proprio dissenso, allora sì si fa strada la tentazione del qualunquismo o della resa., della convinzione che non vi sia rimedio, che ogni reazione sia vana.
Ecco perché mi attendo che il PD si impegni a sostenere il referendum in coerenza con la sua battaglia parlamentare. Sono convinto che la larga maggioranza dei suoi elettori se lo attendono. Non comprenderebbero una sua autoestraneazione. Né vale l'obiezione di chi non vuole mettersi al carro di Di Pietro. Perché il PD ha le risorse per mettersi alla testa, non al carro dell'iniziativa referendaria. Dipende dal PD medesimo, non da altri. Farsi condizionare da quella preoccupazione sarebbe esso sì un indizio di subalternità psicologica e politica. Così pure, conosco la preoccupazione per l'eventuale sconfitta del referendum, magari per mancato raggiungimento del quorum. Mi sento di replicare che, quando sono in gioco alti principi, la politica talvolta deve adottare il linguaggio evangelico del sì sì no no, non deve farsi imbrigliare dai tatticismi e dai calcoli di palazzo. Come non avvertire, tra i cittadini attivi in genere e tra gli elettori del PD in ispecie, un'esigenza di espressività democratica, il bisogno di riconoscersi e mobilitarsi per qualche battaglia "calda", persino il bisogno di dare sfogo alla propria sana, motivata indignazione? E' possibile che si perda. Ma è meglio perdere dopo avere combattuto che non per timidezza, per ignavia, per sfiducia in sé stessi e nelle proprie buone ragioni. Al riguardo, potremmo evocare di nuovo una massima evangelica dotata di valore universale: solo chi è disposto a perdere la propria vita si salverà, chi volesse trattenerla la perderà. Fuor di metafora: solo mettendosi in gioco, rischiando e combattendo si può sperare di vincere le buone battaglie, quelle che danno vita alla vita, compresa la vita politica.
di Franco Monaco, 2 Agosto 2008
Il testo compare anche su l'Unità del 2 agosto 2008
