Primo corso in Italia per insegnare la lingua agli immigrati reclusi nel centro di via Mattei
Al Cpt la speranza parla italiano

Le vite sospese dei detenuti tra la prospettiva dell’espulsione e il sogno di restare

Non ci sono più le gabbie di ferro a tagliare il sole a quadretti sopra le teste dei novantuno “ospiti” del Cie, il Centro di identificazione ed espulsione per immigrati irregolari di via Mattei, un tempo bollato come uno dei peggiori Cpt dalla commissione De Mistura.
Ora le vite degli irregolari restano sospese dietro spessi pannelli di plexiglass che corrono lungo tutta l’altezza dei cancelli. Resta negli occhi l’immagine di un luogo che carcere non è, ma ci somiglia parecchio.
Dentro galleggiano vite in bilico, come in un limbo, tra la prospettiva del rimpatrio e la speranza di restare. Esistenze appese a un filo, proprio come le variopinte farfalle di carta allineate e tenute insieme da una trama di nylon che le immigrate hanno realizzato a mano per ingannare il tempo. Non possono volare via, ma basta un passaggio di vento per farle sembrare vive. Anche se solo per un attimo.
Per i novantuno immigrati “ospi - tati” dentro l’ex caserma Chiarini (gestito dalla Misericordia di Giovanardi), il corso di italiano, il primo del genere in Italia, realizzato grazie alla collaborazione tra “Pro -
getto sociale” e il centro per immigrati della Cgil, è una folata di speranza e un modo per imbrogliare
il tempo che non passa mai. Due giorni a settimana (lunedì e
giovedì) tra i banchi dell’ex sala mensa a mandare a memoria gli insegnamenti preziosi dei volontari della Cgil e dei mediatori culturali. Uomini e donne sono divisi da un muro ma uniti da un’unico obiettivo, imparare la lingua che si parla fuori di qui. Si, perché queste persone in attesa di rimpatrio non ci pensano proprio a tornare nei Paesi da dove sono fuggiti. «Speriamo di restare in Italia», dicono tutti.
«Voglio imparare l’italiano e mettere a posto i miei documenti», spiega sicuro un giovane tunisino che nella vita ha sempre fatto il falegname. «Se so leggere e scrivere potrò capire meglio quali sono i miei diritti», butta lì un marocchino sui trent’anni. «Quando lavoravo nei cantieri mi davano dei pezzi di carta che non sapevo leggere», ribadisce un muratore algerino. «Mi serve per parlare con la gente, perché io vivo qui», dicono ancora. Ma c’è anche chi lo fa per passare il tempo, un nemico temuto da tutti, proprio come in carcere. Sui muri di quella che un tempo era un’unica sala hanno disegnato le bandiere dell’Algeria, del Marocco, dell’Ucraina. In mezzo, un tricolore circondato da una poesia scritta in arabo e italiano sulla inevitabilità dell’integrazione tra razze diverse. Di lato un murales riproduce un tramonto africano. Gli studenti di via Mattei oggi (ieri per chi legge, ndr) imparano i verbi. Devono finire la frase ”“Io vado ". troppo facile completarla: «Io vado via, fuori», ripetono. Ci sono africane, ucraine, cinesi. Gli uomini vengono quasi tutti dal Maghreb, tranne un pachistano. Carpentieri, falegnami, un pescatore, un barbiere (appena arrivato), muratori. Stanno qui massimo due mesi, in media però lasciano il centro dopo ventisei giorni.
Le loro storie si somigliano tutte: il lavoratore in nero fermato senza permesso, la prostituta bloccata in strada o il detenuto che arriva dal carcere per essere identificato e quindi espulso. Una appendice inutile e incomprensibile dopo la galera. Poi c’è chi, come un macedone di 42 anni, da 22 in Italia, non ha rinnovato in tempo il permesso di soggiorno: «Sono sposato con una donna italiana e ho sempre fatto l’artigiano - spiega - Poi sono stato operato e mi sono scaduti i termini». Che farai una volta fuori di qui? «Se mi mandano a casa vado, altrimenti resto, è uguale», dice rassegnato. Poi però fa una pausa e chiede: «Ma la Macedonia adesso entra in Europa vero?!». Il centro di via Mattei può ospitare
fino a 95 immigrati. Siamo quasi alla capienza massima. Appena dentro c’è lo sportello legale e una piccola biblioteca con i libri in tutte le lingue. Non lontano la mensa, utilizzata anche come luogo di incontro per i gruppi di autoaiuto. Sul retro della struttura un campo di calcio in cemento. Nel cortile c’è chi gioca a scacchi su una scacchiera improvvisata con la biro sopra un cartone di quelli usati in pasticceria.
Oltre le sbarre si vedono i militari voluti dal Governo in tuta mimetica. Una presenza discreta che passa quasi inosservata. Uscire dalle “aule” dove si tengono i corsi di italiano vuol dire passare attraverso
cancelli e portoni di ferro chiusi a doppia mandata. Quelli che attraversa una ragazza ghanese dopo venti giorni di Cie. La aspettano oltre il cancello. Un’ultima occhiata dietro, poi via verso una nuova possibilità.
Gianluca Rotondi da il Domani martedì 23 settembre 2008
le immagini da www.meltingpot.org/
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