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sabato, 29 novembre 2008

Da globale a locale: La crisi mondiale e le nostre possibili risposte

Gentile Amica ed Amico,

Da globale a locale: La crisi mondiale e le nostre possibili risposte, che avrà luogo a Bologna, lunedi 1 dicembre ore 21, presso il Cinema Perla,  Via San Donato 34.

Ne discuteranno Romano Prodi, negli anni ‘70 primo Presidente dell’Istituto De Gasperi, e Flavio Delbono, docente di Economia Politica dell’Università di Bologna. Moderatore il nostro socio e giornalista Giorgio Tonelli.

La discussione approfondirà la trama della crisi finanziaria americana, tra conflitto di interessi e avidità del denaro, deregolamentazione dei mercati e irresponsabilità della politica; verranno esplorate le trasformazioni dell’attività finanziaria, l’abnorme indebitamento di imprese e famiglie e il modello sottostante di consumi; lo spostamento della crisi finanziaria dall’America verso i paesi della periferia del mondo, i contraccolpi sull’economia reale e le caratteristiche della stagnazione in atto.

La crisi finanziaria ed economica americana verrà intrecciata con i fatti e le tendenze di maggior rilievo della politica internazionale nel 2008: il referendum irlandese sul Trattato, le Olimpiadi cinesi e l’esplosione economica dell’Asia, il conflitto georgiano e il nuovo protagonismo russo, l’elezione del Presidente americano e la ragionevole speranza di un nuovo multilateralismo.Troverà una traccia di tutto questo nella pubblicazione che alleghiamo.Sul piano delle possibili risposte interessano, soprattutto in prospettiva, quelle connesse alla regolazione e alla sorveglianza sovranazionale dei mercati finanziari, per contrastare il conflitto di interessi e tutelare i cittadini consumatori. Ma sono importanti anche il rilancio delle Banche del territorio, il sostegno alle banche etiche, l’agevolazione dell’accesso al credito specie per le piccole iniziative (d’impresa o no),  lo sviluppo dell’economia sociale e cooperativa…Ci sono,  sembrerebbe,  tutte le condizioni di una serata informativa e formativa di grande interesse. Nell’attesa di vederLa, Le porgiamo i più cordiali saluti

Il Presidente Domenico Cella

Il Vice Presidente Alessandro Albicini                                      

allegato : ROMANO PRODI
A pag.7 il discorso pronunciato da
Barak Obama a Chicago
nella notte del 4 novembre 2008
Incontro dell’Istituto Regionale “Alcide De Gasperi - Bologna”
“DA GLOBALE A LOCALE: LA CRISI MONDIALE
E LE NOSTRE POSSIBILI RISPOSTE”
Bologna, Cinema Perla, 1 dicembre 2008
Ricomincio dal mondo
2 / Isti tuto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna
Romano Prodi
RICOMINCIO DAL MONDO
Intervista rilasciata a Famiglia Cristiana, 22 ottobre 2008, a cura di Francesco Anfossi e Luciano Scalettari
Nella prima intervista da quando ha lasciato Palazzo Chigi l’ex premier ci parla del suo nuovo incarico
per le Nazioni Unite. Ma si toglie anche qualche sassolino…
Prende dalla scrivania l’agenda Moleskine e comincia a leggere il diario del suo ultimo viaggio, quello in
Iran, dove ha rivisto molti “vecchi amici” come Kofi Annan e numerosi rappresentanti dell’oligarchia
persiana, a cominciare da Khatami. “Tanti colloqui di oltre un’ora in cui si parla con franchezza anche se
con tanta retorica”, ha annotato.
Per la sua prima intervista da quando non è più presidente del Consiglio (con un’unica condizione, non
parlare della situazione politica interna italiana) ha scelto il suo ufficio nel cuore di Bologna, in via Santo
Stefano, il suo “buen retiro” dove ha amici e affetti. Ma Romano Prodi “a casa sua” ci sta poco, la sua
“sesta vita” professionale (dopo l’Università, L’Iri, il Governo, la Commissione europea, il nuovo
Governo) prevede il mondo: nell’agenda dei prossimi giorni ci sono la Francia e il Sudafrica e poi ancora
New York, Palazzo di Vetro. “All’Onu dovremmo iniziare la stesura del rapporto sull’organizzazione
delle missioni di peacekeeping in Africa. Una missione importante e delicatissima il cui successo
dipenderà molto anche dal ruolo che avrà in futuro l’Unione africana, l’omologa dell’Unione europea”.
Chi decide le operazioni di pace in Africa?
«Le Nazioni Unite, questo è un punto fermo. Quel ruolo sarà la stella polare nella stesura del mio
rapporto».
Eppure le missioni di peacekeeping in Africa sono rare e difficoltose.
«Dobbiamo partire da un fatto: ormai nessun Paese dell’Occidente, diciamo nessun Paese ricco, manda
più truppe in Africa, a meno che non vi sia un motivo di diretto interesse».
Dunque a mantenere la pace in Africa dovranno essere gli africani…
«Per questo occorre che la responsabilità di queste missioni sia assunta non dai singoli Stati ma
dall’Africa nel suo complesso, ovvero dall’Unione africana, una struttura giovane, che deve crescere e
rafforzarsi. Anche per le missioni di pace. La via l’abbiamo indicata quando ero alla Presidenza della
Commissione europea, affidando per la prima volta all’Unione Africana sostanziose risorse per il
peacekeeping: una mossa che è stata ritenuta allora azzardata e di cui oggi sono tutti contenti. Ripeto la
frase che usai a Bruxelles: “L’Africa è sulle spalle dell’Europa, abbiamo un obbligo molto importante,
morale, storico e politico. Tra Europa e Africa c’è un rapporto di amore e odio, dovuto al passato
coloniale che dobbiamo trasformare in un rapporto del tutto positivo e nuovo”».
L’Unione africana è una struttura molto fragile, sarà adeguata a un compito fondamentale per il
Continente?
3 / Isti tuto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna
«L’Unione Africana è piena di difficoltà e contraddizioni, è strutturata in una serie di organismi e
commissioni con carenze burocratico-amministrative, ma esiste. I suoi leader sono di altissimo livello, a
cominciare dal presidente Jean Ping, questo africano con gli occhi a mandorla così penetranti, che ha
intelligenza e sensibilità politica da vendere. Ma l’Unione africana deve avere il ruolo di garante,
indispensabile per rappresentare la molteplicità degli Stati Africani».
È vero che per fermare il genocidio in Ruanda sarebbero bastati mille caschi blu?
«Pare di sì. La riuscita degli interventi di pacificazione dipende infatti dai tempi con cui i caschi blu
vengono inviati. Se si mandano subito ne bastano pochi. Per questo il problema è come riuscire ad essere rapidi ed efficienti in caso di crisi. Attualmente l’organizzazione delle missioni in Africa è quasi
inesistente ed è un miracolo che si sia potuto fare quello che si è fatto».
Che significa riorganizzare le operazioni di peacekeeping?
«Significa rivedere organizzazione, addestramento, logistica, trasporti, rapporti con le istituzioni
regionali, mezzi. E anche stipendi, che sono molto bassi attualmente, e a volte vengono versati con ritardi
drammatici o non sono affatto pagati. Bisogna avere anche un’unica catena di comando: nelle missioni di
pace organizzate durante il mio Governo, in Albania e in Libano, c’era una struttura di comando lineare
sostenuta da un accordo politico ferreo, come quello tra me, Chirac e Kofi Annan per il Libano. In quei
frangenti bisogna decidere in fretta, perché il tempo è vitale. Al momento giusto, con un via, devono
partire all’istante soldati, navi, aerei, truppe e mezzi di supporto».
L’Italia è molto stimata per le sue missioni di peacekeeping in tutto il mondo, al punto che c’è chi dice
che ci ha fatto dimenticare la brutta immagine che aveva alla fine della Seconda guerra mondiale…
«Questo è vero e dipende da due motivi. Innanzi tutto perché le truppe italiane hanno una struttura seria e
ben addestrata. In secondo luogo perché hanno sviluppato al massimo questa doppia faccia militare e di
assistenza alla popolazione. Corrisponde a una frase pronunciata nel 1956 dall’allora segretario generale dell’Onu, lo svedese Dag Hammarskjöld: “Il mantenimento della pace non è una lavoro da soldato ma
solo un soldato lo può fare”».
Come mai l’Africa in questi decenni non è cresciuta com’è accaduto invece ad altri Paesi, come India e
Cina?
«Questo dipende dalla frammentazione del Continente in tanti Stati. La loro piccolezza e la mancanza di
quella che gli inglesi chiamano governance, che potremmo tradurre con buon governo. Quello che mi
angoscia è che la crisi economica internazionale frenerà anche quel poco sviluppo cui abbiamo assistito in questi anni. Abbiamo segnali ben precisi: stanno calando gli investimenti dall’estero e c’è un calo delle
esportazioni. La sfida diventa quindi ancora più difficile. L’Unione africana deve poter godere di nuovi
mezzi e di nuovo credito. Ed è chiaro che Gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione europea non sono
sufficienti. Il nostro compito è portare a bordo anche le altre potenze: la Cina, l’India, i Paesi del Golfo, la
Turchia, il Brasile, la Russia. In particolare la Cina, con il potere economico e gli interessi che ha in
Africa deve assumersi nuove responsabilità che peraltro sembra intenzionata ad assumersi. È successo
così anche per la missione in Libano, quando Pechino decise di inviare un suo piccolo contingente di
caschi blu».
Le relazioni fra Cina e Africa stanno diventando una questione cruciale. La presenza cinese è
dirompente. C’è chi ne è molto preoccupato, perché la strategia è puramente di scambio, commerciale.
«Ho fatto questa domanda a tutti i leader africani. La risposta è interessante. Per l’Europa l’attivismo
cinese può diventare un problema, ma è anche vero che la Cina è l’unica che sull’Africa fa una politica
4 / Isti tuto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna
continentale, con una visione complessiva. Fa i propri interessi, è chiaro, ma ha avviato un processo
concorrenziale, che vorremmo fosse fatto proprio anche da altri, nell’interesse dell’Africa».
La Cina, però, non si pone alcun problema sulla questione dei diritti umani, del buon governo, di fare
affari con dittatori o di vendere armi…
«Vi sembra che gli Stati europei se li siano posti davvero questi problemi? Perché li dovremmo porre solo
alla Cina? Così replicano i presidenti africani. La Cina deve porsi in modo serio anche la responsabilità di sostenere e finanziare l’Unione Africana. A fianco del potere deve esserci anche la responsabilità.
Teniamo conto che c’è un fatto senza precedenti nella storia: è la prima volta che un Paese esporta in
modo massiccio e simultaneo capitali, uomini e tecnologie. Verso un intero Continente».
Cosa comporta, secondo lei?
«Tra due o tre anni la Cina sarà il primo partner economico e commerciale dell’Africa. E con questo
dovremo fare i conti. Entro il 2010, massimo 2011 supereranno l’Europa. Già ora sono il primo
compratore del petrolio angolano e sudanese».
Il ministro Tremonti dice che la crescita cinese assomiglia in modo preoccupante alla Germania del dopo
Weimar. Fra 40 anni – scrive nel suo libro La paura e la speranza – potrebbe dichiararci guerra…
“Io penso che ci sia necessità di un progressivo coinvolgimento della Cina nelle relazioni internazionali.
Se Tremonti pensa che l’alternativa sia fare guerra alla Cina, la faccia. Credo che abbiamo impostazioni
diverse. Negli ultimi mesi del mio Governo, ho chiesto a Bush, a Putin, ai principali leader dei Paesi
avanzati come vedevano il rapporto con la Cina fra vent’anni. Nessuno mi ha ovviamente potuto dare una
risposta. Io dico che dobbiamo preparare un mondo multipolare, dove tutti stiano alle regole e rispettino
gli accordi internazionali. Dobbiamo operare perché la Cina sia inserita nel tessuto e nella rete di questi
rapporti internazionali. Se mi è permessa una battuta, piuttosto, ricordo che Tremonti aveva previsto che
la nostra grande crisi sarebbe venuta da India e Cina. Invece è venuta da Wall Street. Dovrebbe rifletterci.
Semmai la Cina sta aiutando ad arginare la crisi degli Stati Uniti».
Si parla molto di Obiettivi del Millennio e della necessità di riequilibrare le disparità fra Paesi ricchi e
poveri. Qual è la strada praticabile?
«Bisogna, intanto, parlarne con coerenza. Insistiamo molto sul riequilibrio, ma appena due Paesi come
Cina e India riescono a risalire la china con le proprie forze urliamo contro i pericoli della loro crescita.
Piuttosto, dobbiamo creare le condizioni perché, domani, le grandi potenze – Stati Uniti, Europa, Russia,
Cina, India – possano avere relazioni equilibrate. Per dieci anni ha dominato l’idea di un mondo
unipolare, in cui un Paese è in grado di comandare da solo. La guerra in Iraq l’ha cancellata, e non solo
perché quella guerra non è stata vinta, ma anche perché nel frattempo c’è stata la crescita della Cina e un
atteggiamento più assertivo della Russia e una nuova presenza indiana. Adesso viviamo in un mondo
dove c’è una potenza superiore alle altre, gli Stati Uniti, ma non è certamente l’unica. Viviamo in una
realtà internazionale che va gestita».
Significa forse un ritorno a una sorta di Congresso di Vienna?
«Può darsi. Penso sia positivo che ci si renda conto che il mondo è sempre più multipolare, e questo
richiede maggiore sforzo di accordi e di mediazioni a livello internazionale».
Nel suo nuovo ruolo gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Cina, la Russia, saranno i primi interlocutori
per mettere insieme risorse e mezzi per creare la struttura del peacekeeping. Quale sarà la strategia?
5 / Isti tuto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna
«Quand’ero presidente dell’Unione europea, ho lavorato molto per rafforzare il multilateralismo. Lo
stesso deve accadere per la struttura di mantenimento della pace: con nuovi accordi per il versante
economico e logistico, e con il rafforzamento del ruolo dell’Onu per la parte politica».
In Africa, i più recenti conflitti sono stati risolti mettendo semplicemente insieme al potere i contendenti.
Così è avvenuto, ad esempio, in Kenya e in Zimbabwe. Poi le missioni dei caschi blu devono tenere
insieme le situazioni di estrema tensione che queste soluzioni creano. Che ne pensa?
«Il fatto è che, spesso, è l’unica possibilità. Queste soluzioni, però, possono essere efficaci solo grazie a
mediazioni forti e autorevoli, come sta avvenendo con Kofi Annan e Mbeki, in Kenya e in Zimbabwe.
Non è cosa da poco. Quello che manca è proprio un’adeguata struttura di peacekeeping anche per
accompagnare l’applicazione degli accordi che nascono da queste difficili mediazioni. E non intendo solo
i soldi e i soldati: il peacekeeping si fa anche con i militari, ma il ruolo di prevenzione e di dialogo lo
fanno i diplomatici e la politica internazionale, che è parte integrante del peacekeeping. Oggi, ad esempio, è molto preoccupante la situazione del Congo orientale che rischia di diventare esplosiva. Ma le strutture
adeguate per intervenire in fretta non ci sono».
Finché la trattativa sul conflitto somalo è stata guidata dall’Italia si sono ottenuti risultati. Quando è
passata in mano ad altri, si è di nuovo inceppato il processo di pace. È d’accordo?
«Gli uomini che l’Italia aveva messo in campo conoscevano probabilmente molto meglio degli altri la
realtà e la situazione somala».
Che relazione vede fra la Corte penale internazionale e il peacekeeping?
«Mi sono trovato ad assistere a un interessantissimo dibattito sull’eterno dilemma fra giustizia legale e
riconciliazione. I leader africani presenti erano quasi tutti schierati per la riconciliazione. È giusto che chi
commette delitti venga punito, ma c’è il rischio che questo porti al riaccendersi del conflitto. Il primo
nostro obiettivo è sostenere la pacificazione e la riconciliazione. Il fare giustizia non deve far dimenticare
che ci sono popolazioni esposte alle conseguenze di eventuali nuove tensioni. E il loro diritto alla vita
viene prima. Fatta salva l’autonomia doverosa della Corte penale internazionale, il quando e il come
usarla deve tenere conto di questi aspetti».
Che ne pensa del modo con cui l’Europa ha gestito la crisi? L’Unione e i suoi governi hanno dimostrato
rapidità di decisione, affiatamento e soluzioni più convincenti degli Stati Uniti nel salvataggio della
struttura finanziaria ed economica…
«Penso quello che ho sempre detto. L’Europa reagirà al processo di scollamento, soprattutto dopo i
referendum francesi, irlandesi e olandesi, solo in conseguenza di una grande crisi, quando la paura fa
novanta. Di fronte a questo egoismo sfaccettato soltanto le bastonate, purtroppo, potranno riportare
l’Europa sui binari giusti. E mi sembra che quello che sta avvenendo in questi giorni confermi queste
previsioni».
Tra l’altro i Governi hanno abbandonato il liberismo senza regole, il laissez-fare, per tornare a una
regolamentazione del mercato e a un intervento diretto pubblico, con politiche di deficit spending, come
le definiva il grande economista Keynes…
«Qui siamo alla tragicommedia. Quando parlavo della necessità di regolamentare l’economia, quando
dicevo che Keynes non era morto, venivo tacciato con disprezzo di essere “quello dell’Iri”. Oggi sono
tutti keynesiani e tutti vogliono statalizzare le imprese… In realtà l’economia trova le sue fondamenta nel
mercato, ma ha bisogno di severi strumenti di regolamentazione e sorveglianza. Strumenti che non
possono non essere nelle mani dell’autorità politica, nazionale e sovranazionale. Eppure per anni mi sono dovuto sorbire le prediche di coloro che sostenevano che la mano invisibile dei mercati era sufficiente a risolvere ogni problema. In questi giorni mi sto godendo un sacco di soddisfazioni sul piano intellettuale:
6 / Isti tuto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna
si è scoperto che occorre anche la mano ben visibile dello Stato. Mi hanno attaccato perché venivo dall’Iri
e oggi gli stessi propongono rimedi che assomigliano più alla vecchia pianificazione sovietica che all’Iri».
Si parla di una nuova Bretton Woods, la Conferenza che regolamentò i mercati fissando i rapporti di
cambio tra i Paesi Occidentali, in cui il dollaro (agganciato all’oro) era la moneta regina…
«Sì, sono favorevole, anche se non si possono sapere gli esiti di una conferenza del genere prima della sua conclusione. Ma se si fa una nuova Bretton Woods dobbiamo rivedere i rapporti di forza tra il dollaro e le altre monete, a cominciare dall’euro. Non siamo ancora all’utopia di Keynes della moneta unica
mondiale, ma è certo che la nuova Bretton Woods per essere efficace dovrà stabilire un nuovo ordine
economico mondiale. E in ogni modo non si potrà non tener conto dell’esistenza dell’euro e dei grandi
cambiamenti dell’economia mondiale».
Eppure in Italia c’è che dice che si stava meglio con la lira, che in una fase simile si sarebbe potuto
facilmente svalutare facilitando le esportazioni.
«A parte il fatto che si creerebbe una situazione di insolvenza tragica e di impoverimento generale con
tassi d’interesse alle stelle e fughe di capitali, mi viene in mente le frase che mi disse il Presidente cinese ai tempi in cui l’euro – quando la Repubblica popolare cinese vi aveva investito parte delle sue riserve –
si era un po’ deprezzato. Mi disse che seguendo il mio suggerimento di investire in euro non aveva fatto
un buon affare, ma che avrebbe continuato a comprare euro, sia perché si sarebbe rivalutato (come poi
avvenne), sia perché – soprattutto – l’euro per la Cina costituiva una grande novità politica, di
differenziazione dallo strapotere del dollaro, uno strumento di multipolarità. Ecco perché l’euro è così
importante per il futuro di tutti noi. Quando penso a quelli che vogliono il ritorno alla lira…»
Oggi si parla con sempre più insistenza di rivedere i vincoli-capestro di Maastricht, anche per via
dell’aumento di spesa pubblica necessaria al salvataggio delle banche…
«Quando diedi la famosa intervista a Le Monde dicendo che come tutte le cose rigide il Patto di stabilità
era stupido, sono stato letteralmente massacrato. Anche allora, ai tempi in cui Monti ed io lavoravamo per
rendere il Patto più intelligente, scrissi che solo una crisi ci avrebbe permesso di andare avanti. Ma c’è
un’altra cosa…»
E cioè?
«È chiaro che il Patto di stabilità avrebbe dovuto essere accompagnato da una maggiore autorità in campo di politica economica a livello europeo. Accanto ad ogni banca centrale c’è in ogni Paese un ministero dell’Economia che prende decisioni di politica economica. La Banca centrale europea (Bce) ha accanto gli innumerevoli ministri dell’Economia che prendono decisioni solo all’unanimità e quindi non hanno quasi nessuna possibilità di decidere. Il problema della Bce è la sua solitudine. A fianco della politica monetaria deve esserci sempre una politica economica».
Che ne pensa della politica italiana sull’immigrazione?
«L’Italia vuole gli immigrati di notte, per fare i turni in fabbrica, ma non i loro bambini di giorno. Vuole
le badanti, ma solo quando badano. Poi devono scomparire».
7 / Isti tuto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna

BARAK OBAMA
DISCORSO DI CHICAGO
Notte del 4 novembre 2008

Se c’è qualcuno lì fuori che ancora dubita che l’America sia un posto dove tutto è possibile; che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori è vivo ai nostri tempi; che ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia: questa notte è la vostra risposta.
È la risposta delle code che si allungavano intorno alle scuole e alle chiese in numeri che questa nazione non aveva mai visto, della gente che ha aspettato tre e quattro ore, molti per la prima volta nella vita,perché credevano che questa volta dovesse essere diverso, che le loro voci potessero fare la differenza. È la risposta che viene dai giovani e dai vecchi, dai ricchi e dai poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, indigeni americani, gay, eterosessuali, disabili e no, americani che hanno mandato un
messaggio al mondo: non siamo mai stati solo una raccolta di Stati rossi e Stati blu. Siamo, e sempre
saremo, gli Stati Uniti d’America.
È la risposta che ha guidato quelli che si sono sentiti dire per tanto tempo di essere cinici e spaventati e dubbiosi su quello che possiamo ottenere, mettendo le loro mani sull’arco della storia e piegandolo una volta di più alla speranza di un giorno migliore.
C’è voluto molto a venire, ma stanotte, per quello che abbiamo fatto in questo giorno, in questa elezione, in questo momento cruciale, il cambiamento è arrivato in America.
Poco fa ho ricevuto una bellissima telefonata dal senatore McCain. Il senatore McCain ha combattuto lungamente e duramente in questa campagna e ha combattuto anche più lungamente e duramente per il Paese che ama. Ha sopportato sacrifici per l’America che la maggioranza di noi neanche può immaginare. Siamo tutti migliori
If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible; who still wonders if the dream of our founders is alive in our time; who still questions the power of our democracy, tonight is your answer.
It’s the answer told by lines that stretched around schools and churches in numbers this nation has never seen; by people who waited three hours and four hours, many for the very first time in their lives, because they believed that this time must be different; that their voice could be that difference.
It’s the answer spoken by young and old, rich and poor, Democrat and Republican, black, white, Latino, Asian, Native American, gay, straight, disabled and not disabled – Americans who sent a message to the world that we have never been a collection of Red States and Blue States: we are, and always will be, the United States of America.
It’s the answer that led those who have been told  for so long by so many to be cynical, and fearful, and doubtful of what we can achieve to put their hands on the arc of history and bend it once more toward the hope of a better day.
It’s been a long time coming, but tonight, because of what we did on this day, in this election, at this defining moment, change has come to America.
I just received a very gracious call from Senator McCain. He fought long and hard in this campaign, and he’s fought even longer and harder for the country he loves. He has endured sacrifices for America that most of us cannot begin to imagine, and we are better off for the service rendered by this brave and selfless leader.

8 / Isti tuto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna
grazie al servizio reso da questo leader coraggioso e altruista.
Mi congratulo con lui e col governatore Palin per quello che sono riusciti a realizzare. E aspetto con ansia di lavorare con loro per rinnovare la promessa fatta alla nazione nei mesi a venire.
Voglio ringraziare il mio compagno in questo viaggio, un uomo che ha fatto campagna dal cuore e ha parlato per gli uomini e le donne con cui è cresciuto nelle strade di Scranton e con cui è andato in treno verso casa nel Delaware, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden.
E non sarei qui stasera senza il sostegno incrollabile della mia migliore amica degli ultimi
16 anni, la roccia della nostra famiglia, l’amore della mia vita, la futura first lady del nostro Paese,
Michelle Obama. Sasha e Malia, vi amo entrambe così tanto e vi siete guadagnate il nuovo cucciolo
che verrà con noi alla Casa Bianca.
E anche se non è più con noi, so che mia nonna sta guardando, insieme alla famiglia che mi ha fatto,
quello che sono. Mi mancano stanotte e so che il mio debito verso di loro è incommensurabile.
E al manager della mia campagna, David Plouffe, al mio principale stratega David Axelrod, alla
migliore squadra della campagna elettorale mai messa insieme nella storia della politica: avete fatto
accadere tutto questo e vi sono grato per sempre per i sacrifici che avete fatto perché accadesse.
Ma soprattutto, non dimenticherò mai a chi appartiene davvero questa vittoria. Appartiene a voi. Non sono mai stato il candidato più credibile per questo incarico. Non abbiamo cominciato con molti soldi o molti sostegni.
La nostra campagna non è nata nei corridoi di Washington. È iniziata nei cortili di Des Moines e nei salotti di Concord e sui portici di Charleston. È stata costruita da uomini e donne che lavorano che hanno tirato fuori i pochi risparmi che avevano per donare 5, 10, 50 dollari alla causa. Ha tratto forza dai giovani che hanno rifiutato il mito dell’apatia della loro generazione; che hanno lasciato le case e le famiglie per lavori che davano loro pochi soldi e ancor meno sonno; ha tratto forza dai non più giovani che hanno affrontato il freddo intenso e il caldo afoso per bussare alle porte di assoluti

I congratulate him and Governor Palin for all they have achieved, and I look forward to working with them to renew this nation’s promise in the months ahead.
I want to thank my partner in this journey, a man who campaigned from his heart and spoke for the men and women he grew up with on the streets of Scranton and rode with on that train home to Delaware, the Vice President-elect of the United States, Joe Biden.
I would not be standing here tonight without the unyielding support of my best friend for the last sixteen years, the rock of our family and the love of my life, our nation’s next First Lady, Michelle Obama. Sasha and Malia, I love you both so much, and you have earned the new puppy that’s coming with us to the White House.
And while she’s no longer with us, I know my grandmother is watching, along with the family that made me who I am. I miss them tonight, and know that my debt to them is beyond measure.
To my campaign manager David Plouffe, my chief strategist David Axelrod, and the best campaign team ever assembled in the history of politics – you made this happen, and I am forever grateful for what you’ve sacrificed to get it done.
But above all, I will never forget who this victory truly belongs to – it belongs to you. I was never the likeliest candidate for this office.
We didn’t start with much money or many endorsements.
Our campaign was not hatched in the halls of Washington – it began in the backyards of Des Moines and the living rooms of Concord and the front porches of Charleston. It was built by working men and women who dug into what little savings they had to give five dollars and ten dollars and twenty dollars to this cause. It grew strength from the young people who rejected the myth of their generation’s apathy; who left their homes and their families for jobs that offered little pay and less sleep; from the not-so-young people
who braved the bitter cold and scorching heat to

9 / Isti tuto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna
sconosciuti, e dai milioni di americani che si sono offerti volontari e hanno organizzato e dimostrato che oltre due secoli dopo, un governo della gente, dalla gente e per la gente non è scomparso dalla Terra.
Questa è la vostra vittoria. E so che non l’avete fatto solo per vincere le elezioni e so che non l’avete fatto per me. L’avete fatto perché capite l’enormità del compito che si presenta: mentre festeggiamo stanotte, sappiamo che le sfide che ci porterà domani sono le più grandi della nostra epoca: due guerre, un pianeta a rischio, la peggior crisi finanziaria da un secolo.
Anche mentre siamo qui stasera sappiamo che ci sono coraggiosi americani che si svegliano nei
deserti dell’Iraq e fra le montagne dell’Afghanistan per rischiare le loro vite per noi. Ci sono madri epadri che restano svegli quando i bambini dormono e si chiedono come pagheranno il mutuo o le parcelle del medico o come risparmieranno abbastanza per mandarli all’Università.
C’è una nuova energia da sfruttare, nuovi lavori da creare, nuove scuole da costruire, minacce da affrontare, alleanze da riparare. La strada davanti a noi sarà lunga. La nostra salita sarà ripida. Forse
non ci arriveremo in un anno o nemmeno in un mandato,ma, America, non ho mai nutrito tanta
speranza come stanotte che ci arriveremo. Ve lo prometto, noi come popolo ci arriveremo.
Ci saranno ricadute e false partenze. Ci sono molti che non saranno d’accordo con tutte le decisioni e
le politiche che seguirò da presidente, e sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema.
Ma sarò sempre onesto con voi sulle sfide che affrontiamo. Vi ascolterò, soprattutto quando non
saremo d’accordo. E soprattutto vi chiederò di unirvi nel lavoro di ricostruzione di questo Paese, nell’unico modo in cui è stato fatto in America per 221 anni, pezzo a pezzo, mattone dopo mattone, mano callosa su mano callosa.
Quel che è cominciato 21 mesi fa nel profondo dell’inverno non può finire in questa notte d’autunno. Da sola questa vittoria non è il cambiamento che vogliamo, è solo un’opportunità per noi di fare questo cambiamento.

knock on the doors of perfect strangers; from the millions of Americans who volunteered, and organized, and proved that more than two centuries later, a government of the people, by the people and for the people has not perished from this Earth.
This is your victory. I know you didn’t do this  just to win an election and I know you didn’t do it for me. You did it because you understand the enormity of the task that lies ahead. For even as we celebrate tonight, we know the challenges that tomorrow will bring are the greatest of our lifetime – two wars, a planet in peril, the worst financial crisis in a century. Even as we stand here tonight, we know there are brave Americans waking up in the deserts of Iraq and the mountains of Afghanistan to risk their lives for us.There are mothers and fathers who will lie awake after their children fall asleep and wonder how they’ll make the mortgage, or pay their doctor’s bills, or save enough for college.
There is new energy to harness and new jobs to be created; new schools to build and threats to meet
and alliances to repair.
The road ahead will be long. Our climb will be steep. We may not get there in one year or even one term, but America – I have never been more hopeful than I am tonight that we will get there. I promise you – we as a people will get there.
There will be setbacks and false starts. There are many who won’t agree with every decision or policy I make as President, and we know that government can’t solve every problem. But I will always be honest with you about the challenges we face. I will listen to you, especially when we disagree. And above all, I will ask you join in the work of remaking this nation the only way it’s been done in America for two-hundred and twenty-one years – block by block, brick by brick, calloused hand by calloused hand. What began twenty-one months ago in the depths of winter must not end on this autumn night. This victory alone is not the change we seek – it is only the chance for us to make that change.
10 / Is tituto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi” - Bologna
E non potrà succedere se torniamo alle cose com’erano. Non può succedere senza di voi.
Quindi richiamiamo a un nuovo spirito di patriottismo, di responsabilità, in cui ognuno di noi si decide a partecipare e lavorare più duro e a badare non solo a noi stessi ma agli altri.
Ricordiamoci che se questa crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa, è che non è possibile che Wall Street prosperi mentre Main Street soffre.In questo Paese, cresciamo o affondiamo come una nazione
sola e un popolo solo.
Resistiamo alla tentazione di ricadere nelle stesse divisioni e nelle stesse meschinità e immaturità che hanno avvelenato così a lungo la nostra politica.
Ricordiamoci che ci fu un uomo di questo Stato che per primo portò la bandiera del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato sui valori della fiducia in se stessi e delle libertà individuali e dell’unità nazionale.
Sono valori che tutti condividiamo e mentre il partito democratico stanotte ha ottenuto una grande vittoria, lo facciamo con umiltà e determinazione per sanare le spaccature che hanno frenato il nostro progresso. Come Lincoln disse a una nazione ben più spaccata della nostra, non siamo nemici ma amici. Sebbene la passione può averli logorati, non deve spezzare i nostri legami dell’affetto.
E a quegli americani di cui devo ancora conquistare l’appoggio dico: non avrò ottenuto il vostro voto stasera, ma sento le vostre voci. Mi serve il vostro aiuto. E sarò anche il vostro presidente. E a tutti coloro che ci guardano stasera da oltre le nostre spiagge, dai parlamenti e dai palazzi, a quelli che si raccolgono intorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo; le nostre storie sono diverse ma condividiamo lo stesso destino; una nuova alba della leadership americana è a portata di mano.
A quelli che vorrebbero distruggere il mondo dico: vi sconfiggeremo. A quelli che cercano pace e sicurezza: vi sosteniamo. E a tutti coloro che si sono chiesti se il faro dell’America brilla ancora: stanotte abbiamo dimostrato una volta di più che la vera forza del nostro Paese non viene della potenza
delle nostre armi o dalle dimensioni della nostra ricchezza ma dal potere perpetuo dei nostri ideali:
And that cannot happen if we go back to the way things were. It cannot happen without you. So let us summon a new spirit of patriotism; of service and responsibility where each of us resolves to pitch in and work harder and look after not only ourselves, but each other. Let us remember that if this financial crisis taught us anything, it’s that we cannot have a thriving Wall Street while Main Street suffers – in this country,
we rise or fall as one nation; as one people.
Let us resist the temptation to fall back on the same partisanship and pettiness and immaturity that has
poisoned our politics for so long.
Let us remember that it was a man from this state who first carried the banner of the Republican Party to the White House – a party founded on the values of self-reliance, individual liberty, and national unity.
Those are values we all share, and while the Democratic Party has won a great victory tonight,
we do so with a measure of humility and determination to heal the divides that have held back our progress. As Lincoln said to a nation far more divided than ours, “We are not enemies, but
friends…though passion may have strained it must not break our bonds of affection.”
And to those Americans whose support I have yet to earn – I may not have won your vote, but I hear
your voices, I need your help, and I will be your President too. And to all those watching tonight  from beyond our shores, from parliaments and  palaces to those who are huddled around radios in the forgotten corners of our world – our stories are singular, but our destiny is shared, and a new dawn of American leadership is at hand.
To those who would tear this world down – we will defeat you. To those who seek peace and security – we support you. And to all those who have wondered if America’s beacon still burns as bright – tonight we proved once more that the true strength of our nation comes not from our the might of our arms or the scale of our wealth, but from the enduring power of our ideals:

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democrazia, libertà, possibilità, speranza incrollabile.
Poiché questa è la vera forza dell’America: che l’America sa cambiare. La nostra unione può essere migliorata. Quel che abbiamo già ottenuto ci dà speranza per quel che possiamo e dobbiamo ottenere domani.
Questa elezione ha visto molte prime, molte storie che saranno raccontate per generazioni. Ma una cosa che ho in mente stasera riguarda una donna che ha votato ad Atlanta. Somiglia molto ai milioni
di altri che si sono messi in fila per far sentire la loro voce in questa elezione, a parte una cosa: Ann
Nixon Cooper ha 106 anni. È nata appena una generazione dopo la schiavitù, quando non c’erano
automobili in strada, né aerei in cielo; quando una come lei non poteva votare per due ragioni: perché
era una donna e per il colore della sua pelle.
E stasera penso a tutto quello che ha visto nel suo secolo in America: i dolori e la speranza, la lotta e
il progresso, le volte che ci hanno detto che non potevamo, e la gente che è andata avanti col credo
americano: Sì che possiamo! In un momento in cui le voci delle donne venivano fatte tacere e le loro
speranze distrutte, lei è vissuta per vederle alzarsi in piedi, parlare a voce alta e prendere la scheda. Sì
possiamo. Quando c’era solo disperazione nella polvere e la depressione in tutto il paese, ha visto una nazione che sconfiggeva la paura stessa con un New Deal, nuovi lavori, un nuovo senso di scopo comune. Sì, possiamo.
Quando le bombe sono cadute sul nostro porto e la tirannia minacciava il mondo, lei era lì a
testimoniare una generazione che si elevava all’eroismo e una democrazia che veniva salvata: sì
possiamo.
Lei c’era per gli autobus a Montgomery, gli idranti a Birmingham, un ponte a Selma e un predicatore
di Atlanta che disse a un popolo che “We Shall Overcome”, “Noi ce la faremo”. Sì, possiamo.
Un uomo ha camminato sulla luna, un muro è caduto a Berlino, un mondo è stato messo in rete dalla nostra scienza e dalla nostra fantasia. E quest’anno, in questa elezione, lei ha messo il dito

democracy, liberty, opportunity, and unyielding hope.
For that is the true genius of America – that America can change. Our union can be perfected.
And what we have already achieved gives us hope for what we can and must achieve tomorrow.
This election had many firsts and many stories that will be told for generations. But one that’s on my
mind tonight is about a woman who cast her ballot in Atlanta. She’s a lot like the millions of others
who stood in line to make their voice heard in this election except for one thing – Ann Nixon Cooper
is 106 years old. She was born just a generation past slavery; a time when there were no cars on
the road or planes in the sky; when someone like her couldn’t vote for two reasons – because she
was a woman and because of the color of her skin.
And tonight, I think about all that she’s seen throughout her century in America – the heartache and the hope; the struggle and the progress; the times we were told that we can’t, and the people who pressed on with that American creed: Yes we can. At a time when women’s voices were silenced and their hopes dismissed, she lived to see them stand up and speak out and reach for the ballot. Yes we can. When there was despair in the dust bowl and depression across the land, she saw a nation conquer fear itself with a New Deal, new jobs and a new sense of common purpose. Yes we can.
When the bombs fell on our harbor and tyranny threatened the world, she was there to witness a
generation rise to greatness and a democracy was saved. Yes we can.
She was there for the buses in Montgomery, the hoses in Birmingham, a bridge in Selma, and a preacher from Atlanta who told a people that “We Shall Overcome.” Yes we can.
A man touched down on the moon, a wall came down in Berlin, a world was connected by our own science and imagination. And this year, in this election, she touched her finger to a screen,

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su uno schermo e ha votato, perché dopo 106 anni in America, attraverso i tempi migliori e le ore più buie, lei sa come l’America può cambiare. Sì, possiamo.
America, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tanto. Ma c’è ancora tanto da fare. Stasera chiediamoci: se i nostri figli dovessero vivere fino a vedere il prossimo secolo, se le mie figlie fossero
così fortunate da vivere tanto quanto Ann Nixon Cooper, che cambiamenti vedranno? Che progressi avremo fatto? Questa è la nostra opportunità di rispondere. Questo è il nostro momento per ridare alla nostra gente il lavoro e aprire porte dell’opportunità ai nostri bambini, per ridare la prosperità e promuovere la causa della pace; per reclamare il sogno americano e riaffermare quella volontà fondamentale, che di tanti, siamo uno; che finché abbiamo respiro, abbiamo speranza e laddove troviamo davanti a noi il cinismo e i dubbi e chi ci dice che non possiamo, risponderemo con quel credo senza tempo che riassume l’intero spirito di un popolo: sì, possiamo. Grazie. Dio vi benedica. E Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

and cast her vote, because after 106 years in America, through the best of times and the darkest of hours, she knows how America can change. Yes we can.
America, we have come so far. We have seen so much. But there is so much more to do. So tonight, let us ask ourselves – if our children should live to see the next century; if my daughters should be so lucky to live as long as Ann Nixon Cooper, what change will they see?
What progress will we have made?
This is our chance to answer that call. This is our moment. This is our time – to put our people back to work and open doors of opportunity for our kids; to restore prosperity and promote the cause of peace; to reclaim the American Dream and reaffirm that fundamental truth – that out of many, we are one; that while we breathe, we hope, and where we are met with cynicism, and doubt, and those who tell us that we can’t, we will respond with that timeless creed that sums up the spirit of a people: Yes We Can Thank you, God bless you, and may God Bless the United States of America

 

inviato da  IMGP4227 

La invitiamo ad una riflessione sul tema

Commenti
#1   29 Novembre 2008 - 15:11
 
Un caro saluto alla ciclista...
Lunedì sera dovrebbero esserci anche le telecamere(?)di www.dgtvonline.com
per immortalare l'evento...

Un caro saluto anche a te,ovviamente!

Marcello De Giorgio.
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#2   29 Novembre 2008 - 15:31
 
@ ovviamente ;-))
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