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giovedì, 18 dicembre 2008

i diritti delle FAMIGLIE

carissima/o,
dopo aver inoltrato il comunicato di Magda Terrevoli * Presidente della Commissione P.O. della Regione Puglia, giro anche queste altre due comunicazioni sulla materia.
Indubbiamente la posizione potrebbe anche essere diversa e disgiunta, ma sta di fatto che l'imposizione , se così si deve chiamare, riguarda un provvedimento di parità che nei paesi dell'UE, dove esitono tante regole per agevolare la vita delle famiglie e quindi sul lavoro delle donne, può apparire quasi scontato ed a favore delle donne, qui da noi appare anche come ennesima ingiustizia verso le donne, che in verità effettuano più lavori, verso i giovani che stentano a trovare lavoro, perchè si va avanti ad imposizioni e non a pianificazioni di una materia, che forse è la materia di vita, che coinvolge tutti e che purtroppo viene ignorata da politici , vertici aziendali e maschi.
Potrebbe essere questo il momento per iniziare una campagna per i doveri, ma anche per i diritti...delle FAMIGLIE.
alla prossima Luciano Anelli Operatore P.O. nelle PMI "

SULL'EQUIPARAZIONE DELL'ETÀ PENSIONABILE TRA UOMINI E DONNE
Sono d’accordo con chi afferma che dobbiamo informarci sulla questione, per non farci fregare,per aprire un dibattito fra di noi, per capire se si tratta di una mela avvelenata mascherata da regalo di Natale.Proprio per capire e per preparaci a un dibattito, in vista di un eventuale auspicabile incontro sul tema vi inoltro il messaggio di Milena Carone , unitamente al Suo contributo a margine del dibattito sull’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne e un articolo di Ida Dominijanni pubblicato sul Manifesto del 16 dicembre.Vi inoltro anche i Link un caro saluto  Adriana
http://www.womenews.net/spip3/spipphp?article3094&calendrier_mois=1&calendrier_annee=2009

Un altro passo verso la Democrazia Paritaria

Alle donne dell’UDI – UNIONE DONNE IN ITALIA
Contributo di Milena Carone
A margine del dibattito sull’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne
Ho letto della procedura di infrazione aperta dalla Commissione, tra i vari documenti europei, nel mentre mi accingevo a studiarne alcuni per la Campagna dell’UDI 50E50 ovunque si decide! e mentre ero lì ad ipotizzare la Proposta di Legge di iniziativa popolare “Norme di Democrazia Paritaria per le Assemblee elettive”, le cui firme sono state depositate dalle donne dell’UDI al Senato Italiano nel novembre 2007.

Ho ripreso a studiare la faccenda a partire dal settembre di questo anno 2008, allorquando, in un Convegno alla Casa internazionale delle Donne a Roma, Emma Bonino ne ha parlato. O meglio, riparlato, perché da tempo la poneva come una questione di cui doverci occupare, fin da quando era Ministra per le Politiche Comunitarie, quasi in solitario, tra i tanti possibili soggetti istituzionali che avrebbero potuto e dovuto decidere.

La sentenza della Corte è arrivata ai primi di novembre di questo 2008, sono passati tre anni dall’inizio della procedura e, se l’Italia non si adeguerà, il tutto potrà costare una multa milionaria.

Comunque la pensiamo, qualunque sia la posizione che ciascuna/o col proprio ruolo deciderà di assumere nella vicenda, una cosa ora la sappiamo tutti e tutte: in Italia l’età pensionabile – possibilmente con un provvedimento legislativo a breve, data la spada di Damocle europea - dovrà essere la stessa tra uomini e donne.

Sono tante le domande e tante le questioni da affrontare. Senza banalità, ma senza dare nulla per scontato. Magari cominciando con domande semplici, sapendo che la semplicità non teme la complessità, se mai è nemica della complicazione.

Purtroppo, di questa faccenda, fin dal suo inizio (mi riferisco intanto all’avvio della procedura d’infrazione) in Italia se ne è parlato poco e male, con arroccamenti e pretesti molto spesso ingiustificati, alla lunga molto poco lungimiranti, soprattutto se consideriamo la pronuncia inevitabile della Corte di Giustizia.

Come prima cosa, leggo la sentenza della Corte e le sue motivazioni.
Diciamo intanto che riguarda il pubblico impiego.
La prima questione che mi pongo contiene due domande in sé:
1) perché l’Italia è l’ultimo dei Paesi Europei a doversi adeguare ad una norma del Trattato che sancisce la parità di trattamento tra i sessi e quindi colpisce la discriminazioni di genere anche in ambito lavorativo?
2) perché la sua classe dirigente si è ridotta a doverlo fare ora che la procedura è alla sua fase finale, col rischio di pagare decine di milioni di euro di multa?

In effetti le due domande sono molto legate tra loro.
Forse hanno addirittura la stessa risposta.

La materia pensionistica ha avuto alterne vicende giuridiche. Ed è questione politica scottante, così scottante che nessuno, senza distinzione di schieramento, ha inteso affrontarla seriamente nel suo complesso. Oggi, poi, è legata a frangenti economici che per il nostro Paese sono molto critici. Infine, possiamo dire senza esagerazioni che si tratta di materia decisamente impopolare.

Poche note storiche. La prima legge italiana che introduce questa disparità di trattamento risale al 1939, poi variamente riformata: per la precisione, per i lavoratori dipendenti, l’età pensionabile era di 65 anni sia per uomini che per donne fino al 1939, anno nel quale il limite è stato abbassato a 60 per gli uomini e 55 per le donne, limite successivamente e gradualmente portato in avanti, fino all’attuale che è di 65 per gli uomini e 60 per le donne. Vi sono regimi differenziati, a seconda di Enti erogatori, sui quali per brevità possiamo sorvolare. La sostanza comunque è questa.

Ribadiamo che la sentenza europea riguarda il pubblico impiego, ma, sia pure con alcune differenze caso per caso – inclusi e per primi i cosiddetti lavori usuranti - essendo tale disparità similare anche nel settore privato, anche quest’ultimo, in un futuro prossimo, dovrà adeguarsi.

Perché questa disparità? Forse, non fosse altro che per gusto di approfondimento storico, non sarebbe male leggere le motivazioni contenute nelle relazioni alle leggi introdotte a suo tempo.

Restando all’oggi, è comunque abbastanza illuminante leggere le motivazioni politiche, sindacali o anche solo giornalistiche tout court che vengono addotte (nel senso che si adducevano o si continuano ad addurre, nonostante la sentenza) per sostenere chi la giustezza, chi la necessità, chi anche solo l’opportunità di un differente regime.

In sintesi grossolana, le motivazioni possono così sintetizzarsi: una donna lavoratrice in Italia patisce già di fatto tante discriminazioni durante la vita lavorativa, ha un così grave fardello a causa della cronica mancanza di servizi socio-assistenziali, che costringerla a lavorare (sic!) quanto un uomo lavoratore è un’assurdità, una pretesa, un’ingiustizia, un danno ulteriore.

In altre parole, farla andare in pensione prima, secondo alcuni e alcune, sarebbe una sorta di risarcimento a posteriori per ciò che le viene tolto, non dato, oppure tacitamente richiesto ab inizio e per tutto il percorso lavorativo.

La sintesi è grossolana, me ne rendo conto. Ma non quanto le stesse motivazioni, infarcite come mi appaiono di buonismo e paternalismo a buon mercato.

Infine, coloro che, davanti alla decisione europea, pensano riluttanti di doversi pur che tanto adeguare, chiedono però a gran voce una sorta di contropartita, e non senza una qualche ragione. Cosa si chiede? In una parola: più welfare, come si usa dire oggi.
Più soldi da spendere in servizi, magari proprio con quei soldi che lo Stato indubbiamente si ritroverà a risparmiare, una volta introdotta l’equiparazione. Più welfare, e cioè “più aiuti alle donne”, più asili nidi per venire incontro alle esigenze delle giovani lavoratrici madri, più servizi agli anziani che oggi sono sempre di più, che oggi vivono più a lungo e quasi sempre sono “badati” da donne, drammaticamente divise tra lavoro di cura e ambizioni lavorative. Uso anche qui una sintesi grossolana, ma sappiamo bene di cosa parliamo.

Ritengo che si tratti ancora una volta di un atteggiamento paternalistico, che con i dovuti distinguo storico-politici non è però molto dissimile da ciò che sottendeva l’introduzione della disparità di trattamento nel 1939. In ogni caso, ritengo che ci troviamo di fronte ad uno sguardo che, con malcelata ostinazione non priva in alcuni casi di una qualche protervia, continua a relegare alcuni “servizi” in un ambito che resta e deve restare di solo appannaggio femminile.

Nessuna di noi ignora i problemi di scarso o inesistente welfare, in Italia, soprattutto se paragonato alla situazione di altri paesi europei (basterebbe pensare a cosa sono i contributi figurativi in Italia e cosa invece in Germania). Né ignoriamo le possibilità (qualcuna ha azzardato anche un calcolo grossolano e milionario) che saranno date dalle maggiori disponibilità di spesa pubblica, nel prossimo futuro, grazie al risparmio riveniente dal prolungamento dell’attività lavorativa di molte donne.

Ma ciò che non dimentichiamo è che questa vicenda, come e forse più di altre, questa dell’equiparazione è innanzitutto una questione di Democrazia Paritaria, né più né meno di quella che vediamo costantemente mortificata negli ambiti decisionali.

Lo abbiamo detto e ripetuto mille volte. Non sono le donne a dover essere aiutate ad entrare nei luoghi decisionali (per primi quelli amministrativi e parlamentari), se mai è la Politica ad avere bisogno di una presenza paritaria per meglio funzionare. Può sembrare una distinzione di lana caprina, ma così non è se pensiamo ai corollari che la “questione quote” si è portata appresso in questi anni in Italia. Essere per una autentica e consapevole presenza paritaria, essere profondamente contrarie alle quote come anche ad alcune cosiddette “azioni positive” fa una grande differenza, e non è un fatto semplicemente culturale né una questione di mero principio.

In Italia, le donne entrano più tardi degli uomini nel mercato del lavoro. La loro progressione nella carriera è mortificata da mille e uno ostacoli. Tra questi, la mancanza di welfare è solo uno degli aspetti da prendere in considerazione. Sono tutte cose che sappiamo. Sappiamo anche che più servizi renderebbero le scelte di vita, per prime quelle lavorative, molto più facili sia a uomini che a donne, a bambini, ad anziani, a disabili e a quanti potrebbero o vorrebbero prendersi cura di essi in maniera adeguata e civile, senza distinzione di sesso.

Sappiamo anche che il lavoro di cura, di cui – allo stato - certamente le donne sono le maggiori “esecutrici” volenti o nolenti, non è né riconosciuto né valorizzato, infine molto spesso dato per scontato, come per scontato si finisce per dare tutto ciò che è gratuito.
Sappiamo anche che si tratta di un “dare per scontato imponente”, se pensiamo che è stato stimato (ma sì, qualcuna si è presa anche questo sfizio) in qualcosa che sfiora il 42% del P.I.L.!

Sappiamo anche che la vita media si è di molto allungata, dal 1939 ad oggi. Per uomini e donne. Più per le donne. E che sono tante le donne in Italia che, almeno dal 1946 ad oggi, sono entrate e a pieno titolo in quasi tutti i campi lavorativi. Alcune di loro hanno dimostrato di essere, in alcuni casi e a parità di condizioni, anche più competenti dei propri colleghi. Sappiamo infine che sono ancora molte le donne che, o perché escluse del tutto, oppure perché mortificate nei settori lavorativi di competenza, potrebbero contribuire maggiormente alla crescita di questo Paese.

Se è per questo, nella materia pensionistica, la vera questione è se mai innalzare, nel mentre si equipara, l’età pensionabile per tutti! Molti fattori si incrociano tra loro, nella pensione di vecchiaia e in quella di anzianità, complicando ulteriormente la materia, con l’introduzione del doppio regime contributivo e retributivo.

Lascio il compito di dipanare i meandri della materia agli specialisti. Ciò che mi preme qui sottolineare è che questo sguardo sul welfare deve cambiare, per il bene di tutti.
Così come, sul piano culturale, e quindi economico e politico, dobbiamo ancora crescere molto, donne e uomini insieme, per superare un modello familistico che, questo sì, opprime più donne che uomini. Ma dobbiamo farlo assieme. Perché è un sistema retto, supportato e alimentato da donne e da uomini, anche se poi ricade soprattutto su donne.

Pertanto, ben vengano politiche di un serio welfare.

Però, che non ci si venga a dire che lo si fa per “aiutare le donne”!

A scanso di equivoci: se, come sembra profilarsi, la cosiddetta contropartita all’equiparazione verrà posta a gran voce sul piatto della bilancia da forze sociali, associazioni, sindacati e altri, non solo non vorremmo sentirci dire che si tratta di un “aiuto alle donne italiane”, ma vorremmo – con occhi di donna – guardare bene in cosa questi servizi si sostanzieranno effettivamente, e li vorremmo vedere varati prima di qualunque altra disposizione.

Certo, le notizie che ci vengono dalle decisioni governative non sono affatto confortanti. Tra i tagli indiscriminati sulla spesa pubblica, quelli al welfare sono i primi.

Sia chiaro, non scrivo questo per criticare questo Governo più di altri.

Sarebbe solo mortificante stilare graduatorie di qualità tra un “bonus” e un altro.

Lo voglio dire con chiarezza: quanto a paternalismo e buonismo, non penso affatto che un Governo di un determinato colore sia più “buono” con le donne di un altro.
Anzi, mi auguro di non sentirlo dire, nel gioco delle parti che inevitabilmente sarà messo in scena da qui a poco.

Perché non vorrei neanche sentirlo dire? Perché se qualcuno lo dicesse o anche solo lo pensasse, forse dovrebbe anche spiegare agli italiani e alle italiane, anzi a tutte/i coloro che lavorano e producono reddito in Italia, e a tutte/i coloro che potrebbero produrlo, perché siamo tutti arrivati a questo punto, perché con un po’ più di coraggio e una qualche lungimiranza non si è provveduto prima, con meno ansie e fretta, visto che, nel corso di questi tre anni, almeno una multa ce la saremmo sicuramente evitata.

Le donne in Italia non hanno bisogno di essere né aiutate né tutelate. Almeno, non in quanto tali. Piuttosto, come per altre questioni, avremmo tutti, donne e uomini, bisogno di essere maggiormente informati, in maniera chiara e puntuale,e non come accade troppo spesso, ritrovarci dietro steccati ideologici precostituiti e dannosi per tutti.

Non vorrei che la cosa si risolvesse in un conflitto tra chi – secondo alcuni – vuol semplicemente “fare cassa” sulla pelle delle donne, da una parte, e tra chi – secondo altri – vuol lasciare tutto così com’è, sempre sulla pelle di chi sappiamo.

La responsabilità di questa disinformazione è senza dubbio in prima istanza della nostra classe politica, che se finora si è dimostrata, senza distinzione, miope e ignava, ora ha la possibilità di uscire dal guado, concordemente con tutti i soggetti in gioco sinceramente interessati.

In seconda istanza, una grande responsabilità è sicuramente di un certo giornalismo.

Infine di tutte e tutti noi, allorquando ci affrettiamo – sembra essere lo sport nazionale più diffuso - a prendere posizione su qualunque cosa, ancor prima di sapere di cosa parliamo.

POLITICA O QUASI   |   di Ida Dominijanni
La trappola paritaria di Brunetta

In una intervista a "la Repubblica" di ieri, il ministro Brunetta ha detto che lui vuole «liberare le donne». Si risparmi la fatica: ci liberiamo da sole. Nella stessa intervista il ministro Brunetta, che è convinto di essere sempre il primo della classe, ha mandato a dire a Guglielmo Epifani che è un ignorante, «non legge i dossier, non studia e non s'informa. Si informi, legga i dossier e studi lui, che sul lavoro femminile non sa di che parla. Sempre indisturbato, il ministro Brunetta ha aggiunto che sull'età pensionabile delle donne lui deve solo «ottemperare a una condanna della Corte europea». Il ministro, e con lui tutto il governo di cui fa parte, si decida: non è possibile che l'Europa conti a corrente alternata, un giorno sì e uno no, sulle pensioni sì e sul clima no, sulle pensioni sì e sullo sforamento dei parametri di Maastricht no eccetera.
Anche la ministra ombra piddina alle pari opportunità Vittoria Franco, prima di parlare, avrebbe potuto contare fino a quaranta e informarsi meglio. Ieri invece ha aperto a Brunetta - ogni scusa è buona per dialogare e farsi prendere a randellate da Berlusconi, sembra un regime sadomaso ma lei la chiama «sfida» - con un conto semplice semplice: noi ti sosteniamo i 65 anni, tu ci sostieni le nostre proposte per promuovere l'occupazione femminile e favorire la conciliazione fra lavoro maternità e carriera. Così, pari e patta. I conti tornano e il gioco è fatto.
I conti non tornano affatto, precisamente perché la questione non va e non può andare in parità. Ecco un bel caso in cui si dimostra che la parola d'ordine - in senso proprio - della parità fra i sessi è un trappolone truccato e truffaldino, che equipara in uscita quantità dispari in entrata, lascia intatte o accentua disuguaglianze preesistenti, ignora differenze di qualità che non vanno né pareggiate né annullate ma semmai valorizzate. Una confusione infernale, spacciata per chiarezza sotto l'ombrello della parola magica «parità».
Molte obiezioni, al ministro primo della classe, sono già state portate. Gli è stato rammentato, dalla Cgil e dalla Fiom, che già adesso le donne possono optare per il lavoro fino a 65 anni, che di fatto in molti casi devono optare per questa possibilità se vogliono raggranellare i contributi necessari visto che hanno percorsi lavorativi più precari di quelle maschili; e che la vera azione antidiscriminatoria, che il ministro primo della classe non si sogna di proporre, sarebbe semmai un'equiparazione dei salari e delle carriere maschili e femminili. Gli è stato ricordato, da più parti, che la possibilità di andare in pensione prima è una compensazione irrisoria del fatto che per tutta la vita le donne fanno un lavoro triplo e quadruplo: quello retribuito e quello non retribuito per i figli, i genitori, i mariti, e che dunque al saldo la misura non sarebbe antidiscriminatoria per gli uomini ma ulteriormente discriminatoria per le donne. <<<
Quello che non è stato ancora ricordato, al ministro Brunetta come pure alla ministra ombra Franco, è che finché si continua a parlare del lavoro femminile in termini di miseria sociale e avendo in testa solo l'ossessione paritaria, non se ne esce, né da destra né da sinistra. L'immensa ricchezza sociale che noi donne produciamo con il lavoro doppio triplo e quadruplo, pagato e non pagato, obbligato e spontaneo, sottoposto, direzionale, relazionale, non è quantificabile secondo i parametri economici classici e non è compensabile con gli asili nido: e nemmeno chiede di esserlo. E' un eccesso, non una miseria. Un di più, non un meno: che non va in parità. Fra i molti dossier che il ministro Brunetta avrà sul tavolo, e la ministra Franco pure, gliene manca certamente qualcuno, sull'immensa mole di narrazione dell'esperienza del lavoro femminile raccolta negli ultimi decenni dalla sociologia femminista (l'ultimo, in ordine di tempo si intitola «Si può», Libreria delle donne di Milano). Il ministro se li procuri: scoprirà delle cose interessanti. Ad esempio, che il tempo è considerato dalle donne la risorsa principale, e che questo non comporta automaticamente lavorare per più o per meno anni, ma riorganizzare i tempi di lavoro per tutti, donne e uomini, fuori dalle gabbie fordiste e dalla dissipazione postfordista. Che le qualità relazionali del lavoro femminile stanno ri-formando, letteralmente, i luoghi di lavoro ben più delle sue rampogne ai fannulloni. Che promettere (senza mantenere) asili nidi non ha grande appeal sulle madri lavoratrici che giustamente pretendono di lavorare «e» di godersi i figli. Che insomma se si parla di lavoro femminile bisogna provarsi ad adeguare il lavoro ai parametri umani della vita femminile, non la vita femminile ai parametri disumani del lavoro. O è meglio lasciar perdere.

 

" Cara Adriana,ho ricevuto una tua mail per inoltro, titolata "Un bonus per il disgusto".Mi confermo nel pensiero che, prima di pronunciarsi e alzare vetero-barricate, occorrerebbe una corretta informazione Ti inoltro dall'UDI Milena Carone Avv. Milena Carone Garante Nazionale UDI - UNINE DONNE IN ITALIA "

Si è aperto un dibattito sul prepensionamento delle donne anche a seguito della sentenza della Corte arrivata ai primi di novembre di questo 2008, sono passati tre anni dall’inizio della procedura e, se l’Italia non si adeguerà, il tutto potrà costare una multa milionaria. Nell'Udi abbiamo affrontato questa questione in due momenti: la prima è quella che ricorda Milena nella sua riflessione quando siamo state chiamate alla Casa internazionale a parlare del 50E50 e la seconda nell'incontro del Comitato QDN del 18 ottobre. Ne parleremo nel Coordinamento e in Autoconvocazione, nel frattempo apriamo una discussione tra noi in modo da raccogliere idee e proposte.Cari saluti Pina Nuzzo "

* Donne in pensione a 65 anni

Magda Terrevoli (Pres. Commissione P.O. della Regione Puglia):

"Brunetta si scopre europeista"

"Povere donne italiane ci si ricorda della loro uguaglianza solo per vessarle. Le donne oggi si trovano a dover conciliare lavoro, maternità e servizi di assistenza in una Italia sempre meno attenta. Si  parifica l'età di pensionamento ma non si parla  di una stessa parificazione all'interno del mondo del lavoro.

Le donne italiane si trovano ad essere, più spesso dei colleghi maschi, vittime di lavoro precario e discriminazione, senza parlare  della disparità di stipendio e anzianità contributiva che spesso per una donna è inferiore a  20 anni.

Quindi se , in linea di principio, non è sbagliato rapportarsi ai paesi europei in cui uomini e donne vanno entrambi in pensione a 65 anni, bisogna però tenere in considerazione tutto il meccanismo del sistema contributivo degli altri paesi, dove le donne sono aiutate e sono ben felici di rimanere al lavoro qualche anno in più, poiché più gratificate nella loro professione, adeguatamente retribuite e tutelate.

Non voglio certamente citare dati e riferire quanto, sia difficile per le donne italiane arrivare nei posti di comando per determinare quei cambiamenti nell' organizzazione e nella concezione del lavoro che potrebbero sostenere la loro presenza nel mondo del lavoro

Ed Il governo non aiuta certamente questo processo e non lo aiuta il ministro Sacconi, ministro del Welfare (in questo caso  si fa per dire)quando alcuni mesi fa   ha annunciato la cancellazione  della legge sulle dimissioni volontarie.

Qual è questa legge? Si tratta della legge 1538 il cui scopo era  impedire il licenziamento mascherato da dimissioni volontarie.

Le dichiarazioni di dimissioni volontarie sarebbero state valide solo se si utilizzavano appositi moduli distribuiti esclusivamente dagli uffici provinciali del lavoro e dalle amministrazioni comunali. Questi moduli,  contrassegnati da codici alfanumerici progressivi e da una data di emissione non erano più contraffabili 

Ma grazie a Sacconi torniamo all'ingiustizia diffusa.

Molte donne prima di essere assunte saranno costrette a firmare una lettera di dimissioni. Di nuovo una  lettera senza data e senza  alcuna motivazione, ma che offre  al datore di lavoro la possibilità di licenziare la donna in qualunque momento usando quanto lei stessa ha scritto.

È una legge utilizzata  soprattutto con le donne nel caso che rimangano incinte. La maternità è costosa e le aziende e lo Stato non possono farsene carico.

I dati della Cgil parlano di circa 18mila donne che  ogni anno chiedono assistenza legale per estorsione di finte dimissioni volontarie. Secondo un'indagine del 2002, svolta dal Coordinamento delle donne delle Acli, sono almeno il 25 per cento le false dimissioni volontarie connesse quasi sempre alla maternità. Per entrambe le organizzazioni si tratta di un fenomeno
sottostimato.

E' questa l'attenzione alle donne, è questa la volontà di uguaglianza che il Governo vuole perseguire?

È, soprattutto, questo che l'Europa ci chiede?".
 
(comunicato ufficiale) 
inviato da Luciano Anelli

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