per dire 'No' alla vendita ( chiusura) di
e alla cacciata di SANSONETTI
il 30 dicembre 2008 alle 12 in viale del Policlinico 131, davanti alla sede di Liberazione, si terra' un sit in di protesta.
di Elettra Deiana
Salvare un giornale di sinistra, un "bene comune della sinistra", non dovrebbe stare a cuore a un partito che niente di meno promette, come il nuovo Prc, il "comunismo nel futuro"? Ma nulla di tutto questo è oggi a disposizione perché Rifondazione comunista non ha scelto soltanto un'altra linea politica e un altro segretario.
Ha scelto la strada della restaurazione ortodossa, che rende impossibile la convivenza e la condivisione politica con un altro soggetto di prossimità - come è sempre più o meno un giornale di partito - così diverso da sé, così mediaticamente ingombrante, così emblematicamente e ostinatamente alloglotto. L'impossibilità della convivenza con la sfida dell'innovazione e della ricerca culturale, con la provocazione delle idee, con l'ostinato inseguimento dell'utopia tra le pieghe nascoste di esperienze umane così lontane e "oscene", nel senso etimologico della parola, cioè fuori dalla scena, dalla visibilità pubblica e, soprattutto, dalla tradizione della sinistra in generale e comunista in particolare: questo è quanto, per forza di cosa, volenti o nolenti dobbiamo registrare. Chi scrive, che non è mai stata, per cultura libertaria e anche faziosità femminista, né fan di Sansonetti, né supporter acritica di Liberazione, ne ha tuttavia condiviso e ne condivide la sfida, ne apprezza la ricerca spinosa e spesso scomoda, sa quanto valga la provocazione culturale nel deserto dell'indifferenziata smemoratezza di questo presente che viviamo. Ed è proprio su questo non riconciliabile punto di attrito che si è giocata la partita tra Liberazione e il partito. Ed è sullo stesso attrito che Bonaccorsi ha giocato le sue carte. Non voglio dire nulla sull'operazione che lui fa come editore, sull'"affare" o il "non affare" imprenditoriale, sulla gamma di altre sue imprese editoriali su cui i giornali hanno dato informazioni per lo più malevole. Suscita sconcerto - è questo che mi interessa sottolineare - la pesante leggerezza delle formule con cui Bonaccorsi affronta, nella chiacchierata con Andrea Garibaldi, una questione così complessa e complicata come il rapporto tra un giornale come Liberazione e un partito come Rifondazione comunista. Il direttore Sansonetti, dice il nuovo editore in pectore, sta portando la nave dritta sugli scogli: troppo spazio a questioni che non meritano tanto inchiostro e dilapidano copie del giornale. Ed elenca: Luxuria e l'isola dei famosi, il dibattito sul "microfallo" e una compagnia al seguito di argomenti contigui che mal si conciliano con l'esigenza di sanare i debiti, valorizzare le competenze professionali della redazione, rilanciare il giornale, soddisfare la nuova segretaria del Prc. Quali saranno gli altri argomenti? Li immaginiamo. Dunque Sansonetti a casa e sui nastri di partenza una Liberazione nuovo target: primo giornale italiano di inchiesta sociale e sul lavoro, pieno di notizie neglette sugli altri quotidiani su economia, pace, welfare, ecc, ecc. Due direttori, uno responsabile che fa il giornale e uno politico (nominato dal partito si suppone) che scrive fondi e cura la vita di partito. Promesse di ogni tipo poi su debiti, mantenimento dei posti di lavoro, bilancio in pareggio tra qualche anno. Finanziamento pubblico permettendo, of course. Insomma un'operazione che mette insieme un affare e un'opzione-operazione politica. Che si chiama, quest'ultima, affossamento di una voce critica e radicale dell'informazione di sinistra e messa in cantiere di un asettico e politicamente controllato giornale "comunista", denominato, per comodità imprenditoriale, ancora come la testata che ha fatto un po' di nobile storia di sinistra del nostro Paese. In altre parole, il tutto rappresenta anche una mano robusta alla nuova maggioranza del Prc. Che volete di più? Per il momento pare esclusa la presenza nell'impresa, se essa andrà in porto, dello psichiatra Massimo Fagioli, maitre a penser col quale Luca Bonaccorsi è in sodalizio. Uno dei meriti di Piero Sansonetti, tra gli altri, è quello di aver resistito al discutibile fascino di quel maestro e di non avergli concesso spazio su Liberazione. Vedremo che cosa succederà in seguito anche su questo versante, se l'impresa a cui stanno lavorando Ferrero e Bonaccorsi dovesse andare in porto.
28/12/2008
Un commissario politico a Liberazione?

di Piero Sansonetti
Cari amici e compagni lettori, siamo nei guai. Liberazione è a rischio, è a rischio la sua autonomia, la sua libertà, cioè gli elementi essenziali che garantiscono che un giornale sia un giornale.
Vi riassumo gli avvenimenti delle ultime 24 ore (che hanno provocato lo sciopero dei giornalisti di Liberazione, e oggi hanno prodotto una nota ufficiale, molto molto severa, del sindacato). E' successo questo: lunedì pomeriggio si è riunita la Direzione del Prc e ha bocciato (a stretta maggioranza) il piano di ristrutturazione e di rilancio del giornale, che era stato varato dal consiglio di amministrazione (e alla cui stesura avevo partecipato). Non è stata presentata nessuna motivazione ragionevole per questa decisione. Bocciato e basta. Il piano, che prevedeva l'annullamento del deficit e dunque un bilancio in pareggio, era stato accolto come base di trattativa dal sindacato dei giornalisti e dal comitato di redazione. Oggi la trattativa si sarebbe dovuta aprire. Ma è saltata. La bocciatura da parte del partito - di per sé - non ha peso giuridico, ma è un siluro politico formidabile, che mette a rischio la sopravvivenza del giornale. Alla bocciatura del piano, la direzione del Prc (sempre a stretta maggioranza) ha fatto seguire altre due decisioni. La prima - gravissima - è quella di chiedere la revoca del consiglio di amministrazione del giornale, con un vero e proprio colpo di mano, forse inedito nella storia dell'editoria italiana del dopoguerra. La seconda è quella di annunciare la probabile vendita del giornale ad un editore privato. Il nome dell'editore doveva restare segreto, ma noi lo abbiamo scoperto: si tratta di Luca Bonaccorsi, una persona che noi conosciamo bene e con il quale abbiamo anche rapporti di simpatia, ma che finora - lo sottolinea la nota dell'Fnsi - come editore non ha dato molte garanzie (e deve affrontare diverse cause di lavoro avviate dai suoi dipendenti o ex dipendenti). Tutto questo è successo lunedì sera. Ieri abbiamo saputo delle cose che hanno ancora accresciuto il nostro allarme, e anche - lo confessiamo - il nostro incredulo stupore. E cioè siamo venuti a sapere che esiste una proposta di accordo, messa nero su bianco dall'editore Bonaccorsi, che la presenta come il riassunto «delle intese intercorse fino ad oggi» con i rappresentanti della proprietà (e dunque del partito).
In queste intese ci sono tre cose, tra le altre, che colpiscono e lasciano interdetti. La prima riguarda l'impegno a difendere «gli attuali livelli occupazionali», e cioè a «non licenziare». E' vero che questo impegno viene assunto solennemente, come effettivamente era stato assicurato lunedì durante la riunione della Direzione, ma con un piccolo codicillo che recita così: «compatibilmente con lo sviluppo della società editrice conseguente al suo rilancio». Che vuol dire? Che se per caso questo rilancio non ci sarà, come è un po' più che probabile, l'editore potrà ristrutturare l'azienda come meglio credere e mandare a casa chi pare a lui.
La seconda cosa che colpisce riguarda l'autonomia generale del giornale, dichiarata apertamente un pericolo da abbattere. Dice testualmente l'accordo: «gli obiettivi dell'operazione: ...tutela del controllo della linea politica del giornale da parte della segreteria del partito». Ora, a me hanno detto che esageravo quando paragonavo certe idee sulla libertà dell'informazione alle idee brezneviane. Però dovete ammettere che questo concetto, secondo il quale la segreteria del partito è titolare della linea del giornale, in Occidente non era mai stato dichiarato. Altro che bollettino di partito!
La terza cosa che lascia davvero interdetti è la proposta di doppia direzione. E' scritto testualmente nell'accordo che ci sarà un direttore responsabile che però non avrà voce sulla linea politica del giornale e addirittura non potrà decidere chi sono gli editorialisti e quali editoriali pubblicare. Ora voi capite che un direttore che non può decidere chi scrive l'editoriale, né può scriverlo lui, più che un direttore è un cretino. Questo mezzo direttore dovrà occuparsi solo della cronaca e della cultura, sempre che i temi culturali non investano scelte di linea politica. Tutto il resto spetterà ad una figura definita «direttore politico editoriale», designato dal partito e che avrà poteri assoluti. Un vero e proprio commissario politico. Tutto questo, naturalmente, in violazione del contratto nazionale di lavoro. Ma la violazione del contratto di lavoro non è neppure l'aspetto più grave: l'aspetto più grave è la violazione di qualunque idea di libera informazione e di qualunque rispetto per l'autonomia e per i diritti dei giornalisti. E' la concezione totalitaria, che sembra persino un po' una farsa, una esagerazione caricaturale di vecchie idee autoritarie degli anni 50.
Diciamo che di positivo, in questo preaccordo, c'è solo una cosa: che è un "preliminare" d'accordo, una specie di compromesso di vendita, ma non è ancora definitivo. Ritengo abbastanza probabile che sia frutto di un equivoco o di qualche problema di "impreparazione" in chi ha trattato l'affare. Francamente sono convinto che Paolo Ferrero non possa far passare una cosa del genere, e per di più farlo furtivamente nei giorni delle vacanze natalizie, e oltretutto attraverso il «putsch» dell'esautoramento del consiglio di amministrazione.
Noi siamo qui per sollecitare un ripensamento, e per ribadire che questa redazione è disponibile ad ogni trattativa per salvare il giornale. Diciamo la verità: non è rimasto più molto a sinistra, non ci sono grandi segnali di vita. Liberazione è uno dei pochi «organismi viventi». Che senso ha tentare di raderla al suolo? Qual è il motivo vero? Perché è un giornale contrario alle dittature? Perché non ama il muro di Berlino? Perché è troppo amica degli omosessuali e delle femministe? Perché fu troppo libera e critica col governo Prodi? Perché aspira a un nuovo soggetto unitario della sinistra? Perché non ama i riti e le burocrazie di partito? Perché troppe volte antepone il culto della libertà a tutto il resto? O addirittura perché è troppo radicale nelle sue battaglie a difesa degli immigrati, o a difesa dei lavoratori, dei loro diritti, delle lotte della classe operaia?
Non è possibile dare una risposta positiva a nessuna di queste domande. A nessuna. Allora forse c'è ancora il tempo per ricominciare a dialogare. Per cercare una via di salvezza di questo patrimonio, che non appartiene a nessuno, che è di tutta la sinistra e che è una ricchezza, che non può essere dispersa, per il sistema dell'informazione. Cancelliamo quella proposta di accordo e ricominciamo daccapo.
24/12/2008
