
Tutti – chi più chi meno – coltiviamo o risentiamo di qualche particolare fobia. Per parte mia, sono blandamente tomofobo (la paura dei tagli) e ancora più blandamente musofobo (la paura dei topi). Nei mesi del volontariato alla Snia tra i Rom, all'imbrunire, branchi di enormi ratti schifosi uscivano dalle loro tane in cerca di cibo. Al buio non li vedevo ma li sentivo sfiorare i miei piedi, scivolarmi tra le gambe, squittire tutto intorno, a migliaia. Una scena da film: la scena della peste nel Nosferatu di Herzog.
A quanto pare – a Milano come a New York – si contano più ratti che abitanti: i ratti sono resistenti, solidali, organizzati. Si candidano a colonizzare il pianeta e a rimpiazzare la razza umana, incapace di ogni solidarietà di specie: non dico la solidarietà con i grandi primati (gorilla oranghi e scimpanzè condividono con gli umani il 98 per cento del loro patrimonio genetico; la commissione Ambiente spagnola ha stabilito che anche a loro spetta il diritto alla vita, alla libertà, a non essere maltrattati fisicamente e psicologicamente) ma tra bianchi e neri, ebrei e palestinesi, zingari e gagé, italiani e rumeni, siciliani e lombardi, pavesi e milanesi, juventini e interisti, "fascisti" e "comunisti", maschi e femmine, ecc.
Quale futuro? Non resta che provare a governare la globalizzazione, favorendo l'interazione etnica e culturale. Mio padre era toscano, mia madre pavese: si sono conosciuti in Svizzera, dove entrambi erano emigrati. Ho un cugino che si chiama Henry, parla "yankee" e "spanglish" e vive a Los Angeles, Stati Uniti, un Paese che fino all'altro ieri considerava «negroidi» gli italiani come lui. Lo stesso Paese che il 20 gennaio incoronerà Barak Hussein Obama jr. – un meticcio – Presidente degli Stati Uniti. Parla Obama: «In quanto figlio di un nero e di una bianca, nato nel crogiuolo razziale delle Hawaii, con una sorella per metà indonesiana – ma in genere scambiata per portoricana o messicana – e un cognato e una nipote di origini cinesi, con alcuni consanguinei che somigliano a Margaret Thatcher e altri così neri da poter passare per Eddie Murphy – tanto che i raduni familiari assumono l'aspetto di una riunione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite – non mi è mai stato possibile limitare la mia lealtà su base razziale o misurare il mio valore su base tribale».
«Mentre noi ci gingilliamo ancora con la razza Piave e l'identità padana – ha scritto Gad Lerner – l'America non vive più la razza Obama come corpo estraneo, e dunque può aspirare al superamento simbolico dei conflitti razziali che pure hanno contraddistinto tanti passaggi drammatici della sua storia». Contrariamente a quanto si crede, l'identità nazionale si rafforza proprio nella fusione tra diversi. Con buona pace di chi è xenofobo.
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